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mercoledì 31 luglio 2013
Aspettando Pomod.
Oh pomodori, ma che fiorite o non fiorite? Guardatevi lì, alti un metro, che vi decidete o no? Un monte di foglie, così un si va mica, mi pare. Oh imbecille, con codesto vestitino rosa costì, pensa un pochino per te, che tu stai lì a aspettare la spinta. Guarda se tu ci metti un po' di terriccio bono, piuttosto. O senti che maniere! Però forse sì, sarebbe il caso. Sarebbe il caso sì! E invece di stare a dire a noi di fiorire o fiorisci un po' te, che sarebbe anche l'ora. Che un tu penserai che siccome si sta sotto il sole tutto il giorno in terrazza un si sappia icché tu combini. Beati voi, che lo sapete. O palle, fai poco la simpatica, che una sera tu ci annaffi una sera tu ti dimentichi. O che ti pare il modo? Che stai facendo? Non lo so, roba bella, credo, ma è un casino. Casino? No, sì, ma casino bello eh. Ah, certo, casino bello. Ma che ci credì davvero? Pefforza! Ci credo sì! Cioè, no, ci credo eh, però ok, lo ammetto, sto facendo anche un bordello poco bono. Ah, ecco, un ti si conoscerà. Icchè t'hai costì in mano? Eh? Costì, codesta cosa, icche l'é? I fili! C'ho i fili! I fili? Unn'era uno solo? Pomodori, quante ne volete sapere? Icché sono codesti fili? Son quelli per uscire dal labirinto! O che sei tutta grulla davvero? Al sole ci si sta noi e tu rimbischerisci te? No, no, davvero, funziona così: che uno va a caso e segue il filo no? Ma va a caso dove? A caso, nella vita! Uno che cerca, va in cerca! Però per non perdersi a vanvera e non andare a casaccio segue un filo. Io c'ho il mio filo rosso. Ma che è uno o son tanti? Un ci si capisce una sega. Mmmmmmmmh o che posso stare a spiegare a due pomodori così testoni? Il filo è uno! Io credevo fosse proprio uno solo all'inizio, ora lo vedo che son tanti filini diversi che ne fanno uno solo, come quando nella trecciatrice si mettono tutte le rocche di filati diversi e ne esce quelle belle cosine! Questa l'ha perso il capo per il passamantaio fico con la cresta, te lo dico io. Alla sua età la guarda i ragazzini! O pomodori! Siete proprio ignoranti! Io seguo il mio filo e vo in cerca. Il mio cammino è la mia ricerca. Allora il filo ti porta? Uhm. No, il filo lo faccio io, il filo sono io! Guarda, ma che bevi parecchia acqua? Perché di questi tempi t'evapora il cervello. Ragazzi, mi chiedete le cose difficili, fatemici pensare! Io penso che il filo alla fine è la mia identità, e io c'ho tante sfaccettature, una per ogni rapporto che uno fa. Tutte insieme danno il risultato. Per quello è meglio avere più rapporti e tante immagini maschili. Se hai un filo solo e da quell'altro capo c'è uno che s'addormenta o scappa o gli dà fuoco o lo usa per legarsi le scarpe o per filo interdentale, in mano ti resta un filo masticato e ripartire è un bel casino. Guarda, un pochino ti si capisce eh, che magari se ci s'avesse più persone che ci annaffiano e no una sola che ci dimentica si starebbe meglio anche noi... ma vedi di non restare troppo sotto lo stellone, che codesti filini poi ti si ingarbugliano. No no son tutti bellini stesi, fo sempre meno nodi. Ma allora il casino poco bono quale sarebbe? Il casino poco bono ce l'ho io dentro. Ho trovato un filo meraviglioso, preziosissimo, fragilissimo, ho paura si spezzi. E a furia di avere paura finisce che maldestramente lo sciupi. Bisogna trovi le mani nuove per toccarlo. Senti fagiana non ci prendere per le mele, tu sei la doratrice, come tu fai a non saper maneggiare un filo delicato! Accidenti a voi, o che la fate finita? O che sei grulla davvero? O icché tu ci strapazzi! E poi non c'è mica bisogno di piangere! Icché s'è detto di male! Nulla, ma son io che sono scema. Io non c'ho paura che si spezzi. Io penso di non meritarmelo. OOOOOOOOOOOOOOOOOOh allora sì che tu sei scema davvero! O che t'hanno concimato il cervello??? I fili si trovano, mica ci si meritano! Eh, l'ho detto subito che il casino io ce l'ho dentro! Tu sei un impiastro di nulla. Si sa anche noi che i fili si trovano, come fai a non saperlo te! Eh, non me lo concedo. Bisognerebbe che facessi come si fa tutte le volte che si trova un filo nuovo. Dovresti fiorire. Eh sì, dovrei fiorire, e nascere. Perché un filo nuovo è una identità nuova. E invece? Invece punto i piedi e fo le bizze. Ma in questo casino ci si rimette noi che non ci annaffi, merdaiola! O pomodori parlate per benino che vi sente tutto il vicinato! E poi non trattatemi male, che ci rimetto anche io che mi accartoccio! Senti, dai retta, fatti una bella doccia, bevi un par di litri d'acqua al giorno e smettila di fare le bizze. Tu sprechi un monte di energie. Pensa a annaffiarci. Tanto se quello da quell'altra parte ti lascia andare il filo non dipende da te, dipende dalla sua, di ricerca. Lasciati in pace, stai un po' buonina. Fai quello che devi fare, tanto va tutto avanti da sé. Non ti far male, tieniti a modo. E vai ad aprire al corriere, che a forza di stare a chiacchierare coi pomodori ora ti tocca andare a firmare con codesto vestitino rosa che tu sembri ignuda. Rintronata!
martedì 30 luglio 2013
Densità del luglio.
| Eh???? |
Scorrendo la dash di Tumblr leggo e automaticamente salvo, che questa roba aggiunge cubatura al mio labirinto e segue il filo dell'identità femminile. Raccolgo ovunque. Mentre ascolto le amiche che si spaventano di fronte alle separazioni, mentre guardo quadri di donne indiane, mentre scrivo o disegno cose sciocche, mentre un amico mi racconta di una figlia ritrovata. Soprattutto, mentre ho tra le mani una cornice nuova, grezza e pulita, che ha radici inglesi. E' nata nel museo di Brighton tra tutti quegli oggetti art deco. C'è sempre il fare, insieme a tante parole. E mentre misuro la colla e peso il gesso, i pensieri vanno ancora meglio.
La cosa grandiosa che un padre può fare per la figlia secondo l'autrice della frasetta è di amare sua madre. Più la leggo meno mi convince, e sto quasi male. Prendiamola leggera, senza patire. Ma almeno disgustorama posso aggiungerlo?
La cosa migliore che un padre può fare per la figlia è amare lei, e non come figlia, ma come neonata, come bambina, ragazzina, donna. Se riesce a far questo e le regala un'identità di persona ha già fatto tutto quello che di meglio può fare. Non esiste il legame di sangue. Esistono legami di affetto, esistono rapporti umani. Esistono pensieri e azioni che avvicinano o allontanano. I parenti non si scelgono, mica si devono per forza subire. Già ci pensano i contratti sociali a far della famiglia un manicomio. Ma poi, amare sua madre, che significa? Se il maggior bene per la figlia è questo allora che i genitori si lascino sarà la peggior cosa perché sottintende che non ci si ama più? Ma chi lo decide? Ma questa roba, è vera dove? Intanto se due han fatto un figlio darei per scontato che si sono amati molto. E poi? E poi sarebbe il caso di restare presenti al rapporto senza infilarsi nei ruoli di mammina e papino e vedere cosa sia la cosa migliore da fare mentre la vita va avanti. Che i rapporti si trasformano, figli o non figli, contratti o non contratti. Ma a maggior ragione, di fronte ai figli che come spugne assorbono la realtà che vivono in casa e plasmano il proprio futuro su quella, sarebbe il caso di esser limpidi. Regalare loro quella possibilità che dice che i rapporti non sempre sono eternamente felici, e che possono andare avanti in maniera diversa anche quando ci si separa. Che chiudere una relazione non equivale a chiudere un rapporto o cancellare le persone. Insegnatelo ai vostri figli (io ai miei non posso) che stare insieme è tutto e non solo trascinarsi organizzando la logistica della spesa o far quadrare il conto in banca. Diteglielo che ci si innamora ancora a quaranta a cinquanta a sessantanni e si è felici come quando succede a tredici. Non fateglielo sembrare sporco o sbagliato o sconveniente. E' la vita, sono le cose che succedono tra uomini e donne che muovono il mondo, è la natura umana che va alla ricerca di qualcosa. Non castrateli in un mondo fasullo di moralismo bigotto.
La cubatura del labirinto aumenta e io ci sto nel mezzo, sempre con il mio filo in mano, io, nel mio labirinto personale con questo che era un filino rosso e invece mi è diventato un nastro. Ho intorno un sacco di amici innamorati, tutti tremanti e fragili di fronte al desiderio, tutti impauriti e belli e insicuri. Qualcuno porta negli occhi un sorrisone, che ha trovato roba che mai prima in vita sua e siccome io c'entro un poco in questo, mi contagia questa gioia. Sono felice, per ognuno di loro, e anche per me, che in mezzo a tante farfalle sorrido del solletico. Io col mio treccino in mano e ognuno col proprio nel proprio labirinto. Una bella donna mi guarda seduta sullo sgabello e mi dice "Se i miei si fossero lasciati sarebbe stato tanto meglio... non avrei questo senso del dovere per cui bisogna essere coppia in un modo soltanto. Amerei davvero, credendoci, se non avessi assorbito per tutta l'infanzia la stanchezza quotidiana, il sacrificio, la nonvoglia. In verità io non ci credo che si possa esser felici, che possa funzionare, mi han dato solo il modello difettoso" e inghiotto e penso Credici, invece, credici che sei già dentro, sei innamorata, devi solo andare avanti e penso alla frasetta velenosa, penso ad un babbo e a una mamma che non vedono i figli e forse neanche se stessi, calati ormai dietro maschere che nascondono il vuoto, che son famiglia per dovere morale sociale o religioso o solo per una trappola economica.
Come si può regalare un'identità all'altro se per primi non ne abbiamo una, dove saranno il confronto, lo scontro, il costruire? Metto lì le domande, trovo le mie risposte, io, nel mio labirinto, con il mio nastrino in mano. Ci sono molte farfalle e occhi belli e voci. Il mio filo non si spezza, vado, so che non mi perderò. So che dall'altra parte qualcuno lo tiene, magari senza saperlo, inconsapevole di essere la mia immagine maschile. Ognuno sta nel suo labirinto e ci sta come può e come vuole. Basta che abbia un bel filo stretto tra le dita, che è già salvo.
martedì 16 luglio 2013
Immagini.
| sogni e farfalle |
Scorro il muro di facebook poco prima che il router muoia, resto a fissare nella mente l'aggiornamento di stato di una ragazza. Dice "Le donne son tutte troie (cit)" e "tutte tutte" ribadisce nei commenti. Ho le antenne alzate in questi giorni, capto e registro. Percepisco più forti i segnali che sfiancano e minano la vitalità.
In questi giorni sto avendo una fitta corrispondenza con una donna lontana. Lontana da me in molti versi. Lei insegna, e scrive. Mi invia, per farmi conoscere (o capire) il suo vissuto e la sua letteratura, la tesi che una donna italiana ha scritto su di lei. Io decido di leggerne un pezzo, poi le scrivo un infinito e sconclusionato flusso di coscienza in chi lo sa che inglese e decido di dormire. Dopo il sonno, finisco di leggere. Scremo dalle contingenze. Parla di una trasformazione, di repressione, di tabù e di energie. E' la sua ricerca, è la mia e quella di alcune donne che conosco. La tesi mette in parole accademiche tutto quello che a pelle si percepisce di questa donna che non saprei definire. Intensa, credo che sia la parola giusta. Ginu Kamani è densamente, intensamente femminile. Anche nel bosco, scarmigliata, struccata, in cenci da uomo, senti la sua femminilità viva e pulsante mentre pulisce le faggiole per estrarne l'olio o fa il fuoco o brucia il ginepro. A qualcuno non piace, Ginu. Fa paura ad alcuni uomini e scatena la rabbia di alcune donne. Qualcuno la conosce e si ammala. Lei si limita ad essere, senza tensione. Vive, è, e gli altri si agitano in maniera ridicola. Per molte cose, essendo io così terragnola e senzadio e senza magie, mi è lontana e io gioco con le sue coincidenze, i segnali, influenze zodiacali e numeri, prendo tutto come un racconto magico e folle, ma profondamente felice di farne parte. Ma in verità è la base, il nucleo, che mi è familiare. Parla della ricerca di un'identità femminile che sia legata soltanto all'esser donna e non prodotto dei tempi, di un passato, di culti e modelli. Una donna che non è mamma, non è moglie, non è uomo senza qualcosa. E', semplicemente. E allora guardo il muro di facebook. In sottofondo Caterina Bueno canta stornelli e vecchi pezzi del contado, giocosa scherza nel contrasto tra il figlio che chiede il permesso di prender moglie, "che io da giovinotto un vo' invecchiare" e la madre che gli consiglia come sceglier moglie e finisce con "E tieni bene a mente la donna pare bona ma dietro le apparenze l'è birbona". E passa questo messaggio, passa di madre in figlio come fosse latte. La donna dietro le apparenze è birbona. E' civetta. Adesca, la donna. Qualche giorno fa una scena. Un'amica mette in guardia l'altra "Gli hai detto di andare in vacanza insieme? Ma allora sei zoccola! Lo sai che se ti ci porta devi dargli qualcosa in cambio??". E guardo in terra, che sì il tono è scherzoso, ma il fondo è melmoso. Intanto è volato uno zoccola di troppo, giudizio morale o forse invidioso sfregio. E poi. E poi l'amica, invece di sorridere e balbettare qualcosa, perché non dice "Sai forse sì, io ho proprio voglia di dargli qualcosa, ma anche in cambio di niente eh, allora cerco di creare le condizioni, dimmi un po', è sbagliato in qualcosa? E' qualcosa di sporco?".
Ma i migliori, in questo mio antennuto momento storico, sono gli uomini con cui parlo, quelli che dovrebbero nutrire la mia speranza e la mia immagine maschile. Quelli con cui dovrebbe esserci un rapporto uomo-donna che ci realizzi. Ma che avendo bevuto il latte avvelenato si confondono, si impauriscono, non ci credono. E a volte ti annullano, a volte feriscono, inconsapevolmente, senza nemmeno accorgersi, abituati all'idea che ci sono delle apparenze dietro le quali la donna è birbona. O forse sono abituati loro, a esser birboni. E per il ladro, si sa, son tutti ladri.
Come si fa a realizzarsi uomini e donne in un mondo in cui nessuno ha il coraggio di essere quello che sente?
martedì 22 gennaio 2013
Immagini.
Dormo, per non pensare. Ma quando è troppo, non funziona più neanche il dormire.
Ho sognato di camminare distratta, felice, forse su una spiaggia o erano i bordi di una città. Avevo un cuscino per skateboard e andavo fin quando si è bloccato, su una pavimentazione appiccicosa. Un ragazzo mi ha guardato, io senza sapere se avevo invaso un campo o cosa ho raccolto il cuscino e ho camminato. Leggevo e salivo, forse dune. In cima mi sono accorta che erano come piramidi e scendere non era facile. Era alto e molto ripido. Erano cubi. Bisognava saltare. Era alto, per me. Mi sono seduta sul bordo con le gambe penzolanti. È arrivato un ragazzetto, un tipo muscoloso, che mi ha chiesto se mi allenavo. No, stavo camminando, ero distratta. Lui ha preso un grosso materassone sgonfio con la rete e lo ha sistemato sotto. Io ho buttato giù il cuscino che era diventato un pallone da spiaggia. L'ho visto atterrare e rimbalzare sulla rete. Ho cominciato a chiacchierare, perdevo tempo.
Mi sono svegliata.
Non conta come sono arrivata qui. Devo buttarmi, non ho altre chance.
Ho sognato di camminare distratta, felice, forse su una spiaggia o erano i bordi di una città. Avevo un cuscino per skateboard e andavo fin quando si è bloccato, su una pavimentazione appiccicosa. Un ragazzo mi ha guardato, io senza sapere se avevo invaso un campo o cosa ho raccolto il cuscino e ho camminato. Leggevo e salivo, forse dune. In cima mi sono accorta che erano come piramidi e scendere non era facile. Era alto e molto ripido. Erano cubi. Bisognava saltare. Era alto, per me. Mi sono seduta sul bordo con le gambe penzolanti. È arrivato un ragazzetto, un tipo muscoloso, che mi ha chiesto se mi allenavo. No, stavo camminando, ero distratta. Lui ha preso un grosso materassone sgonfio con la rete e lo ha sistemato sotto. Io ho buttato giù il cuscino che era diventato un pallone da spiaggia. L'ho visto atterrare e rimbalzare sulla rete. Ho cominciato a chiacchierare, perdevo tempo.
Mi sono svegliata.
Non conta come sono arrivata qui. Devo buttarmi, non ho altre chance.
mercoledì 17 ottobre 2012
Sogni.
Pare io sogni e mi confonda le parti per l'intero. Chissà. Da sveglia mi guardo allo specchio, ho da capire. Ho delle antenne, mi dicono un sacco di cose sulle persone che incontro. E ho doppi occhi. Eh sì, perchè un paio resta aperto quando l'altro si chiude. Mica facile. Perchè finisce che un paio si chiude così mi innamoro, l'altro resta vigile e guarda e io mi accorgo di tutto quel che fa vibrare le antenne. Ed ho la bocca larga, quel che io sento lo dico, non mi censuro. Fa male e non solo a chi si sente scandagliato. È doloroso. È faticoso. Ho trovato un disegno e mi ha fatto pensare.

Non voglio essere il Colombre di nessuno.

Non voglio essere il Colombre di nessuno.
martedì 16 ottobre 2012
Realtà.
Pablo Ruiz Picasso, Corrida
Nella slide l'immagine non è questa, ma una foto in cui si fronteggiano un toro ed un torero. Ne ho cercata una che mi piacesse di più e ho cercato di memorizzare quelle strane paroline che parevano onomatopeiche: fmot, smot, zmot. Forse sono i rumori della corrida? No. La slide parla del momento in cui il consumatore si trova all'atto dell'acquisto, nel punto vendita (o pidivì come l'uomo di marketing insegna). O di fronte all'erogatore del servizio (e dunque ah! quanto è importante il personale di contatto!). Perché in quel preciso momento, scatta il momento della verità. Ollé! FMOT! Zac, primo momento della verità! E di fronte allo scaffale, si decide di acquistare. Segue poi uno SMOT, un secondo moment of truth: quando il prodotto viene usato, magari neanche da chi ha deciso di comprarlo. Con l'avvento del web il momento della verità è stato anticipato drammaticamente e la decisione d'acquisto non è più davanti allo scaffale, ma davanti al monitor, quando entri in contatto con le review, le community, il branding e tutto concorre a quello che è il Zero Moment of Truth. Azzerato il momento della verità decido se comprare senza nemmeno dovermi recarmi al Pidìvì. Usti, come direbbe la socia. Ok, dico io, fammi scaricare l'ebook gratuito di Google, prima o poi magari me lo leggo, no? E guglo il librino, poi guglo un'immagine e poi non riesco a non pensare che sì, a me tutta questa roba piace anche ma quella fotina lì mi fa seguire un altro filo e finisco a canticchiare che "potremmo farci un olé da torero" e trovo la parola nebbia che mi riporta indietro, parecchio indietro. Ma io non sono nella nebbia, ho ancora e sempre gli occhi buoni anche se me li consumo tra slide, esercizi scemi di statistica e passo le serate a sniffare acquaragia ascoltando lezioni di organizzazione aziendale. E allora chiudo le porte, chiudo le finestre, chiudo i rubinetti, chiudo qualsiasi cosa mi porti anche solo l'odore di nebbia, che questa è la mia scelta, ho imboccato una strada qualche anno fa e lo sapevo che me la sarei percorsa per la maggior parte in solitudine. Non ho più voglia di rallentare il passo, chi vuole si sbrighi e tenga il ritmo se ce la fa, altrimenti pazienza, ci spediremo cartoline, mica che a tutti debban piacere i medesimi panorami.
martedì 9 ottobre 2012
Livelli.
Scatola, pastiglia e colore
Livelli e paletti. Recinti, territori, gradi di profondità. Mi dicono che faccio cose incomprensibili. Io mi prendo le misure e so che sono quelle che ho sempre fatto. Mi guardo intorno e anche le persone che mi circondano fanno cose a cui non riesco a dare nome. Non so perché le fanno. Ma se stanno bene e non fanno male a nessuno, che le facciano pure. Perché non è mai il cosa. E' sempre il come, il problema. Si tratta di scindere le antenne dai moralismi stantii.
domenica 7 ottobre 2012
Forra.
Scatola, pastiglia e colore
Vie du Bohéme, mi sono ritirata a villa villacolle. Poco mangiare, niente rete, libri più per giustificarmi che per altro. Dovrei studiare, prepararmi, fare. Potrei farci rientrare tutto. Invece ho lasciato da parte le teorie. Colori, pennelli, cacciaviti. Ho ritrovato un tempo strano, senza la connessione costante; silenzioso, dilatato, quasi da sperperare. Diventa un tempo intimo, segreto, lontano dalle condivisioni. Non ci son vuoti, aspettative, assenze, attese, nel fare. Ho preso in mano le cose che voglio veder progredire. Ho voglia di portare a termine. Sono andata per stare lontana da tutto e invece ho ricevuto inviti. E visite, improvvise e disparate. Sul tavolo accumulo di materiali, si affollano barattoli, scatole, scatoline, scatolette per pranzo e per cena. Caffè solubile, assenza di dolciumi. Qualcosa funziona, qualcosa non convince. Una fugace connessione al wifi passeggiando per strada regala aggiornamenti inutili e ansie incomprensibili. Non capisco, rientro. A villa villacolle ho dormito nonostante le zanzare prima e il fornelletto poi. Mi sono svegliata in piena notte, ma senza web il mondo è rimasto fuori e mi sono riaddormentata senza le consuete giratine online. Ho sognato? Non so, forse. Non ci sono stati fantasmi, il cuscino sgombro e soltanto mio non mi ha parlato di sogni altri, non mi son chiesta in quali mondi fossero i pensieri che si sono appoggiati lì. Questa mattina il cielo era grigio e mi sono accorta di non avere colazione. Poco male. Ho lucidato la cera, preparato un colore pastello. Ho pensato a cosa sia il mio e dove cominci il nostro. Mi sono chiesta oggi cosa sia mio e se io abbia qualcosa che sia rimasto nostro dopo la separazione dalle persone con cui l'ho condiviso. Non ho trovato niente che non sia solo mio. Nostri sono solo i ricordi. E penso a quelle parole che dimentico sempre, quelle di Hikmet che dicono "non ti abbandoneró mai quando potró abbandonarti sempre" o una cosa simile che non son mai riuscita a fermare. Sento di nuovo le parole Stai con me. Non esistono più cose nostre al di fuori di quelle che si fanno insieme. Appena fatte son già solo un ricordo. Per quello è tanto importante il desiderio, ascoltarlo. Perchè ci muove verso chi vogliamo che sia con noi a fare un nostro. Mentre stendo il giallo pastello penso alle tante cose che ho tenuto del mio passato. Non le condivido più materialmente con chi me le ha passate ma fanno parte di me. Questo credo che sia separarsi.
sabato 6 ottobre 2012
Tamanontama.
...E gira e frulla
Per i vecchi non c'è nulla
Per i vecchi c'è la culla
per poterli addormentà
E gira e frulla
l'amore è una follia
Ti darei la vita mia
per poterti accontentar...
Distribuzioni di frequenza, web marketing, yeld management, religione dei consumi e mille altri input che mi sembra di non afferrare. Intolleranza, rabbie, ghigni e sarcasmo, supponenza e sussiego. Onnipotenza. Ma anche delusione, scoramento, incredulità e precarietà generale. In più documenti da rinnovare, valigie, spedire email, duplicare file, sgattaiolare e glissare rapporti, allontanare i contatti, sottrarsi al confronto e al rischio. Come un paguro, sì. Non una chiocciola, viscida e molle. Un paguro. Con eleganti zampine da ballerina classica. Sogno male, mi sveglio acciaccata e senza memoria, quando dormo. Riascolto parole nella mia testa che mi fanno sorridere. Inciampo sulle incognite, mi spiazzano le variabili. Lascio ad altri i petali da sfogliare, che riescon meglio di me. Tiro una riga e annullo la pagina come si fa con i registri. Che resti lì, leggibile, visibile, vuota. Io so cosa ho fatto, adesso so cosa ho da fare. Ho molti libri da leggere, pagine da studiare, film arretrati. Abbasso il capino, tiro dentro le zampine. Non posso permettermi altro, adesso.
sabato 29 settembre 2012
Visioni.
Andrei Tarkovsky, Nostalgia 1983
mercoledì 12 settembre 2012
lunedì 3 settembre 2012
Regina.
| Davide Riondino e i poeti dell'Ottava |
Oggi ho spazzato calcinacci, guardato il danno sul soffitto che si allargava e pensato a molte cose. A Kierkegaard, al buon padre di famiglia, al burattino mosso dalla mano che gli sta dentro e non si vede. Ma non ne scriverò. E mi sono dedicata ai rammendi e a riattaccare i bottoni mancanti alle spolverine. Mentre la piastra scaldava la colla e i fiocchi ormai gonfi si scioglievano ho pensato agli aut-aut in tutte le sfumature, da quelli lievi fino a quelli estremi, quelli che si traducono nella realizzazione massima del mors tua vita mea e lascian lì a farsi domande a cui non ci sarà mai risposta se non quelle che da soli si riesce a mettere insieme. Quanto inebria guardare un altro che si contorce nel dolore, sapere che sta cercando risposte che non saprà mai se sono quelle giuste. Quanta soddisfazione procura questo potere che si abbatte sulla vita dell'altro, che realizzazione porta sapere che con il nostro agire possiamo spengere la vitalità dell'altro? Onnipotenze. Violenze. Mors tua, vita mea. Da giorni sfioro questa cosa e ci passo vicina camminando. Mi sono fatta domanda e trovato risposte. E non sono andata a Bologna. Ma non ne scriverò. Ho ammannito il fregio che ho ripulito e anche l'applique che ho comprato ormai un anno fa. E stasera sono andata alla festa dell'umidità ad ascoltarmi prima Carlo Petrini che parlava della cucina dei poveri e della necessità di un ritorno all'agricoltura e poi Riondino con i poeti dell'Ottava. Provo un'infinita tristezza alla festa democratica, tra i baracconi che spargono puzzo di frittura, di grigliata, di dolciumi e in quella libreria dove ho pensato Adesso mi prendo il libro su Joyce Lussu, che qua ce l'hanno di certo e invece non è stato possibile trovare un solo libro dell'Asino d'Oro ma c'erano pacchi di libri su preti e papi e il cardinal martini e tante altre tremendissime cazzate molto new age e molto trite che sono lì da anni a imputridire. E il dibattito pallosissimo e cafone ha sforato l'orario e lasciato i poeti ad aspettare seduti. Una roba rivoltante che già dice tutto, per me. Ma anche di questo non scriverò. Invece voglio metter qui una cosa che è in un librettino che lessi anni fa. Sono racconti e il primo mi emozionò parecchio perché senza che ci fosse scritto dove si svolgeva ci riconobbi il lago Scaffaiolo. Verso metà ce n'è uno in cui si parla di una pastora che cantava in ottava rima, Beatrice Bugelli.
"Perché ricordare questa donna? Perché mi sembra una figura emblematica di tutte le donne di quel periodo, sospese tra le durezze di quella vita e l'eleganza innata dei momenti solenni, la foto importante da tramandare o il poetare a braccio, sapendo che, allora, il più di questa poesia si perdeva per l'aria. Un altro di quei poeti, sparsa in giro la fama di Beatrice, andò a sfidarla, come in una tenzone tra pistoleri del West. Si chiamava Cecco Chierroni, e incontratala, le chiese a bruciapelo:
"Vien qua, poeta dalla musa tosta,/ che spero un giorno fartela passare/ dimmi qual è quel pian che non ha costa,/ quell'uccellin che vola senza ale,/ quel ser che scrive senza penna e inchiostro/ e senza carta e senza calamare/ e se bravo poeta ne sarai / queste tre cose mi dichiarerai"
Questa la risposta di Beatrice, improvvisata lì per lì:
"Son partita di Pian degli Ontani a posta / per venir ste tre cose a dichiarare / il ciel l'è quel pian che non ha costa / l'angiol di dio l'uccel che va senz'ale / dio 'l ser che scrive senza penna e inchiostro / e senza carta e senza calamare / un angiolo del ciel suona la tromba /dimmene un'altra che a questa risponda" .
Ed era analfabeta, era solo una pastora.
(Francesco Guccini, L'uomo che reggeva il cielo)
Se poi la Bugelli, meglio conosciuta come Beatrice di Pian degli Ontani, vi ha incuriosito, vi consiglio Beatrice, di Paolo Ciampi.
mercoledì 29 agosto 2012
Separarsi e non lacerarsi.
lunedì 27 agosto 2012
Ciccia.
Ho cercato il corpo, l'ho portato in giro, l'ho coperto, scoperto, come non fosse il solito. L'ho ascoltato. L'ho sentito rattrappirsi, aggrapparsi, strusciare sulle rocce intriso di panico. L'ho sentito dolere dello sforzo i giorni seguenti. Ho camminato con le gambe dure. Ho abbracciato, baciato, ho tenuto in collo una bionda che mi raccontava i suoi disegni ed è bellissimo il suo peso lieve, e vivo. Ho cercato contatto, allungato la mano verso animali che di solito avrei solo guardato. Assaggiato il latte di capra temendo il peggio, invece ho apprezzato e non sono stata tradita. Ho mangiato, bevuto. Il corpo, riprendermi il corpo. Le mani che cercano altre mani, gli occhi che vogliono gli occhi, ma il corpo muto si chiude, si immobilizza, all'erta, come in attesa di non sa cosa. Un blocco, un freno, un muro. Un non trovare, un non lasciarsi andare, in testa una domanda: Perché questa fatica? Perché è fatica e con fatica che cerco di non cercare. E poi il corpo si ammala. I rapporti fanno sbocciare, i rapporti fanno appassire. Trovarsi con un filo spezzato in mano, stanchi, senza vitalità. Chiedersi cosa sia quel moncone. Se sia ciò che rimane di un desiderio dopo che gli occhi lo hanno sezionato chirurgicamente, se sia quel che rimane dopo che le sorelle di Psiche, invidiose, lo hanno sbertucciato. Di quale crisi si tratta, stavolta? Chi non ha fantasia e non sa fare il nuovo fa di tutto perché anche gli altri non ci riescano. E per il ladro son tutti ladri, no? Guardo il soffitto e mi faccio domande, le solite, a cui ancora cerco risposte, in mano un mozzicone, inutile. Penso a quel video di Luca Matti, penso che in due il filo si distende, non si impiglia, non si annoda. E se le parole si ingarbugliano, svaniscono, si nascondono, il corpo no, non dice bugie. E se il corpo si tira indietro, allora bisogna accettare che nessuna parola vale, per andare avanti? Non c'è risposta, se dall'altra parte nessuno tiene il filo.
giovedì 9 agosto 2012
Frutta e verdura.
| Istruzioni per l'uso? |
...Tornando a casa stasera
Troverete i bambini
Dategli quella carezza del papa
Ma anche un calcio nel culo va bene
Anche quello ogni tanto fa bene
Come segno d'amore sicuro
Di contatto e calore animale
Senza tante parole
Tutte queste parole
Che non cambiano niente
Che non legano il sangue
Spero tu mi perdoni...
La carezza del papa, Virginiana Miller
mercoledì 1 agosto 2012
Bug.
Jean Paul Sartre Huis Clos
La meraviglia dell'onisco che si schiude mi ricorda due cose: intanto che sì, fa caldo. E poi una frase di Sartre in Huis Clos in cui dice Faceva un caldo da onischi. Di tutta la piece ricordo quella e schifo la famosissima "L'enfer sont les autres". Jean Paul, gli avrei detto, una sega! Non è vero niente che l'inferno sono gli altri. Gli altri li scegliamo noi e se è vero che gli altri possono essere l'inferno siamo in grado di poter scegliere e fare rapporti. Gli altri non sono l'inferno, lo diventano nel momento in cui ti assenti e ti appallottoli. Di fronte a questa inerzia gli altri possono colpirti, attraversarti, non vederti nemmeno. Assentarsi è come non essere. Vivi, in superficie. A volte il non essere è inconsapevole ed è una gabbia dolorosa, altre è una scelta che serve a non far cambiare le cose. Assenze, ultimamente, ne ho fatte meno. Ho ritrovato la voce laddove l'avevo zittita. Ho chiesto, invece di accettare. Ho detto quello che tacevo aspettando che si risolvesse da solo. Ho parlato, invece di annuire. E mi sono forzata e ho parlato di tutto, anche di cose futili, con tutti, anche a casaccio, perché le probabilità di presenza si moltiplicassero, per poter sentire la fatica e la differenza, per poter meglio riconoscere il valore della parola che arriva in mezzo al coro e ti colpisce. Il suono di una voce, le parole che non ti aspetti, il gioco è fatto, scatta qualcosa che ti risintonizza. E scava scava e cerca la voce ha ripreso una sua forma, così, per caso, è tornata viva e mi viene dal dentro, non ha quell'andamento monocorde e querulo della superficialità cauta, del manierismo. Quella attenta a non urtare, quella che suona sempre nella stessa maniera, mostruosa, in inflessioni falsoallegre che mi ricordano i sorrisini ebefrenici. Con cautela quindi riappaio, torno in rapporto con la realtà, esco da quel trascinarmi giorno dopo giorno. Stai dove sei. Me lo ripeto come un mantra, a momenti, quando mi sembra che le cose si perdano nella nebbia, si facciano vaghe, losche, cupe. Si intrecciano separazioni delicate, sfuma la maternità delle perle trovate, me le tengo tra le mani e penso alla differenza netta tra rapporto e storia e mi chiedo da dove vengano le paure, la difficoltà di saper scindere le due cose. Mi trovo a guardare il verde tra due capannoni grigi e tristi chiedendomi da dove nasca lo scatto rabbioso che vuole trasformare un filo impalpabile e meraviglioso in un orrendo guinzaglio. Forse da questa assenza del corpo che mi fa zoppa e invidiosa di chi sa pellegrinare, cantare, ballare leggero. Non c'é libertà nella dissociazione. Torno spesso su cosa passa e cosa rimane. Mi incarto sui tempi e le attese. E se riappare la voce si sveglia piano piano il corpo, che si attorciglia e si strappa, si rifiuta. Serrato a pallina il corpo sbaglia linguaggio e si ammala. La corazza dell'onisco, protezione tenera e naive si ostina a tenersi dentro tutto.
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sabato 28 luglio 2012
Occhi.

No, niente puó sostituire lo sguardo. E la danza che gli occhi intrecciano con altri occhi e i movimenti delle mani sulla musica di parole che magari non vorrebbero dir nulla. Con gli occhi chiusi ascolto, nel buio del salotto. Fuori l'aria è torrida e risuona il canto di cicale. Pigramente abdico a tutti gli impegni. I devo si diluiscono in dovrei e resto sul divano in attesa di una cena tra amici. Penso. Cerco. Ho fatto un sogno. Ho fatto un sogno e me lo ricordo. Ho un'immagine, piccola. Rimugino, razzolo, ritrovo la parolina magica: separazione. Sospiro pensando a inutili nascite che non trovano uno svezzamento, all'immobilità, all'esser di legno e al farsi liquidi per prendere nuove forme. Su una copertina azzurra si guardano Amore e Psiche. Io penso ai miei squilibrii e ai miei scompensi, ai miei lucchetti, alle cassaforti e agli scrigni lasciati incustoditi, spalancati e scordati così. Penso a una donna, e a un uomo. Che tutto, sempre, coinvolge una donna e un uomo. Penso a un viaggio, a una vela. Vorrei trovare quel filo, in quella piccola immagine, di nuovo, raccontare ancora il viaggio che è sempre stato il solito e sempre diverso. È necessario ricominciare tutto, magari da tre come in quel film in cui Troisi diceva a Robertino Salvati! Jesc a sto museo! Vai a rubbà! Tuocc e'femmene! Che sì, si ricomincia ma mai da zero. Diciamo che intanto, se il principio vien sempre da un uomo e una donna, ricominceró da quella donna, che si è un po' persa, un po' chiusa e un po' castrata e sta annegando in un delirio da dissociata scassacazzo e sputasentenze come una vecchia acida.
mercoledì 7 marzo 2012
Bambini.
Specchierina 25x25 pastiglia e colore
domenica 19 febbraio 2012
Separazioni.
E' proprio vero, ci son cose che si fanno proprie e sono come l'andare in bicicletta, ci son cose che non solo non sono acquisite mai, ma anzi vanno rinnovate sempre, vanno create ancora e ancora, anche ogni giorno, anche più volte al giorno. Da tempo non scrivo, non pubblico, sto su Tumblr a rimpallare materiali preconfezionati o foto silenziose prese in giornate significative. Parole, quasi nessuna. A malapena leggo, con fatica, mi tiene immobile un'apatia perdente e pregna degli umori fetidi della paura. Fatico a separarmi, a nascer nuova. Mi guardo intorno e mi sembra di vivere un mondo capovolto, guardo al passato ormai secco, non vedo futuro perché non scorgo trasformazioni, soltanto cambiamenti. I sogni si ripetono, sempre identici, faticosi, snervanti, ad incalzare una frattura, un distacco, un parto risolutivo.
venerdì 27 gennaio 2012
Pensieri dal divano (sottotitolo "Il culo")
Il Genio, da Diario di Fiume e Altre Storie, Gipi
Oggi è la giornata della memoria e così vedo in giro molti link che ricordano i campi di concentramento. Oggi posso dire che a farmi paura già dall'infanzia era una cosa che si chiama annullamento. Che non era conseguenza di una dittatura, ma era alla base del pensiero che quella dittatura ha generato. Certo, un annullamento plateale e relativa cancellazione fisica sistematica è agghiacciante, è necessario, ricordare la storia. Ma quel pensiero malato che verbalizza e dona voce a ciò che di malato è presente nell'inconscio di alcuni individui, non è certo sparito con la caduta dei fascismi, nazismi e compagnie. Non è recintabile a periodi storici o zone geografiche. E' presente sempre, ovunque, anche dove sembra che sia sparito, anche se solo a volte si esprime in maniera esplosiva. Magari nei gesti di un folle che impugna un'arma e fa fuori delle persone perché nere o perché non cristiane. Esiste una cultura che abbevera certi pazzi, ma per la cosiddetta libertà non la si controbatte, si lascia andare, serpeggiano pensieri mortiferi come gas velenosi. Si diffonde una nebbia letale in cui può diventare difficile aver chiaro il confine, perché bisogna esser buoni per forza, perché c'è chi ti vorrebbe confondere le idee urlando più forte, ostentando sicurezza. In tempi di crisi, tutto vacilla, se non è saldo. In tutto questo berciare rabbioso, spuntano a volte delicate vocine che in un sussurro tremulo regalano un punto di vista pulito, mirato a una conoscenza, a una ricerca, a un approfondimento. Leggo, grata, e penso. Parlo con persone concrete, che agiscono, che si mescolano, senza troppe teorie e chiacchiere. Penso. Cerco i fili soliti. Annullamento della realtà umana, semplici mazzi di persone a cui si appone un'etichetta: negri, ebrei, omosessuali, terroni... Come fossero bambole, corpi vuoti che fanno numero. Eliminarli per cancellarli. Ma non è necessario prendere una pistola, basta anche meno. L'annullamento che fa sparire una persona, tutto il suo mondo interiore, la sua storia, le sue emozioni, è qualcosa con cui si ha a che fare forse tutti i giorni e non riusciamo neanche a capire dove stia, non lo mettiamo a fuoco. Ci sentiamo fiacchi, ci sentiamo male, ma non riconosciamo da dove ci vengano i colpi che ci massacrano. Poi ci rendiamo conto che stiamo in rapporto con persone che non ci vedono proprio, che non vogliono noi in quanto persone uniche e speciali, bastiamo loro in quanto fantoccio dentro al quale si posson mettere le cose che servono. Un pubblico che applauda, un partner, un figlio da educare, una persona da accudire. A volte per le persone che abbiamo accanto siamo solo un corpo con sopra un'etichetta. E quando lo vedi, quando capisci questo meccanismo, riconosci i sintomi, invidui gli ingranaggi, ti accorgi che non è più così inconcepibile, l'orrore. E da quel momento non hai più bisogno di una ricorrenza. E 'ogni giorno, il giorno della memoria.
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