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martedì 30 luglio 2013

Densità del luglio.

Eh???? 
Scorrendo la dash di Tumblr leggo e automaticamente salvo, che questa roba aggiunge cubatura al mio labirinto e segue il filo dell'identità femminile. Raccolgo ovunque. Mentre ascolto le amiche che si spaventano di fronte alle separazioni, mentre guardo quadri di donne indiane, mentre scrivo o disegno cose sciocche, mentre un amico mi racconta di una figlia ritrovata. Soprattutto, mentre ho tra le mani una cornice nuova, grezza e pulita, che ha radici inglesi. E' nata nel museo di Brighton tra tutti quegli oggetti art deco. C'è sempre il fare, insieme a tante parole. E mentre misuro la colla e peso il gesso, i pensieri vanno ancora meglio. 
La cosa grandiosa che un padre può fare per la figlia secondo l'autrice della frasetta è di amare sua madre. Più la leggo meno mi convince, e sto quasi male. Prendiamola leggera, senza patire. Ma almeno disgustorama posso aggiungerlo? 
La cosa migliore che un padre può fare per la figlia è amare lei, e non come figlia, ma come neonata, come bambina, ragazzina, donna. Se riesce a far questo e le regala un'identità di persona ha già fatto tutto quello che di meglio può fare. Non esiste il legame di sangue. Esistono legami di affetto, esistono rapporti umani. Esistono pensieri e azioni che avvicinano o allontanano. I parenti non si scelgono, mica si devono per forza subire. Già ci pensano i contratti sociali a far della famiglia un manicomio. Ma poi, amare sua madre, che significa? Se il maggior bene per la figlia è questo allora che i genitori si lascino sarà la peggior cosa perché sottintende che non ci si ama più? Ma chi lo decide? Ma questa roba, è vera dove? Intanto se due han fatto un figlio darei per scontato che si sono amati molto. E poi? E poi sarebbe il caso di restare presenti al rapporto senza infilarsi nei ruoli di mammina e papino e vedere cosa sia la cosa migliore da fare mentre la vita va avanti. Che i rapporti si trasformano, figli o non figli, contratti o non contratti. Ma a maggior ragione, di fronte ai figli che come spugne assorbono la realtà che vivono in casa e plasmano il proprio futuro su quella, sarebbe il caso di esser limpidi. Regalare loro quella possibilità che dice che i rapporti non sempre sono eternamente felici, e che possono andare avanti in maniera diversa anche quando ci si separa. Che chiudere una relazione non equivale a chiudere un rapporto o cancellare le persone. Insegnatelo ai vostri figli (io ai miei non posso) che stare insieme è tutto e non solo trascinarsi organizzando la logistica della spesa o far quadrare il conto in banca. Diteglielo che ci si innamora ancora a quaranta a cinquanta a sessantanni e si è felici come quando succede a tredici. Non fateglielo sembrare sporco o sbagliato o sconveniente. E' la vita, sono le cose che succedono tra uomini e donne che muovono il mondo, è la natura umana che va alla ricerca di qualcosa. Non castrateli in un mondo fasullo di moralismo bigotto. 
La cubatura del labirinto aumenta e io ci sto nel mezzo, sempre con il mio filo in mano, io, nel mio labirinto personale con questo che era un filino rosso e invece mi è diventato un nastro. Ho intorno un sacco di amici innamorati, tutti tremanti e fragili di fronte al desiderio, tutti impauriti e belli e insicuri. Qualcuno porta negli occhi un sorrisone, che ha trovato roba che mai prima in vita sua e siccome io c'entro un poco in questo, mi contagia questa gioia. Sono felice, per ognuno di loro, e anche per me, che in mezzo a tante farfalle sorrido del solletico. Io col mio treccino in mano e ognuno col proprio nel proprio labirinto. Una bella donna mi guarda seduta sullo sgabello e mi dice "Se i miei si fossero lasciati sarebbe stato tanto meglio...  non avrei questo senso del dovere per cui bisogna essere coppia in un modo soltanto. Amerei davvero, credendoci, se non avessi assorbito per tutta l'infanzia la stanchezza quotidiana, il sacrificio, la nonvoglia. In verità io non ci credo che si possa esser felici, che possa funzionare, mi han dato solo il modello difettoso" e inghiotto e penso Credici, invece, credici che sei già dentro, sei innamorata, devi solo andare avanti e penso alla frasetta velenosa, penso ad un babbo e a una mamma che non vedono i figli e forse neanche se stessi, calati ormai dietro maschere che nascondono il vuoto, che son famiglia per dovere morale sociale o religioso o solo per una trappola economica. 
Come si può regalare un'identità all'altro se per primi non ne abbiamo una, dove saranno il confronto, lo scontro, il costruire? Metto lì le domande, trovo le mie risposte, io, nel mio labirinto, con il mio nastrino in mano. Ci sono molte farfalle e occhi belli e voci. Il mio filo non si spezza, vado, so che non mi perderò. So che dall'altra parte qualcuno lo tiene, magari senza saperlo, inconsapevole di essere la mia immagine maschile. Ognuno sta nel suo labirinto e ci sta come può e come vuole. Basta che abbia un bel filo stretto tra le dita, che è già salvo. 

sabato 27 luglio 2013

Oca al forno.

'All These Flowers Are For You - 31' - 2005, Gogi Saroj Pal





I'm telling you, life is a total connect-the-dots rollercoaster these days. (Ginu Kamani, 24 Luglio, Muir Beach)



Molti anni fa, quando lavoravo da piccola pubbiera ed ero tenera e fiordilatte mi ero inventata insieme a un amico un'usanza bellissima. Staccavo dal lavoro a notte fonda e sotto casa sua suonavo il clacson del Sì scassatissimo che mi portava in giro, un paio di birre in borsa. Se era sveglio, si affacciava e mi apriva. Poi cominciavamo. Brani da leggere. Poesie, racconti, stralci. Musica. Film. Ogni cosa ne richiamava un'altra e ci nutrivamo così, in continua osmosi, alcool, parole e fili che si intrecciavano e davano il via ad altre cose che prendevano forma. A volte ci sorprendeva la sveglia di sua madre, noi ancora persi a ragionare di frattali, montagne, bar sotto ai mari, cartoline dalle puttane di Minneapolis, scarafaggi e pantegane. Era, a vederlo oggi, un bel modo di amarci, a modo nostro. Un sacco di semi son stati gettati lì, in quelle nottate che scalavano tutti gli stadi della borrachera e tutto era già, lì. Oggi mi torna in mente quel calderone, nell'afa della città disertata da tutti. Forse anche all'epoca era estate. Oggi niente più usanze, semplicemente a caso, fo.
La mia villavillacolle è minuscola e poche persone vengono a trovarmi, per caso e per scelta direi, quasi che davvero troneggiasse sulla porta quello scudo che da anni ho in mente di fare, quello che già nel convento volevamo piazzare all'ingresso. Chi lo sa, che un giorno io non lo faccia davvero. Finora, anche senza scudo, le visite si sono selezionate autonomamente. E le energie rimangono tutte e serpeggiano tra gli oggetti. Guardo Villa Villacolle farsi sempre più bella e piena di respiro, altro rispetto alla cella 19, una storia nuova e diversa che si costruisce volta per volta ed ugualmente potente e viva. Muovo tutto, rimescolo, lascio che l'energia tellurica scorra, che il vento soffi, che bruci il fuoco. Ebollizioni sussurrate, siedo sotto a un glicine in mezzo ad una giungla, assisto a serate surreali, connetto puntini ad occhi chiusi. Invece di cenere resta una forza e me la tengo sottopelle, mescolata ai baci, agli occhi aperti e agli occhi chiusi, la alimentano parole e suoni e piccoli deragliamenti improvvisi. Non lascio il tempo di sedimentare, guai. Guai dissipar tutto in parole, si costruiscono feticci e si scialano possibilità nel solo chiacchierarne. Tacere. Esorto Azione! Azione! Andare! che stare sul divano a rimuginare spegne la fiamma, soffoca ed immobilizza, affama. Nel bollore estivo, in perfetta solitudine cerco e raccolgo.
A volte mi piacerebbe aprirla Villavillacolle, invitare chi ha voglia a venire a leggere una poesia, portare colore, spandere parole. Poi penso che posso farlo ovunque e non è un evento che cerco, ma vita. Dove mi porti questo filo non lo so, che cosa c'entri o quanto sia lontana l'oca al forno, nemmeno. Pensavo ai dadi, forse, alle frecce, a una meta. E' soprattutto resistenza, questa. E amore, sicuramente.


sabato 20 luglio 2013

Occhi chiari.





E parliamo parliamo parliamo e poi la mia amica mi dice Bisogna sempre avere più immagini maschili altrimenti finirai per buttare tutto addosso a un uomo solo! E io trasecolo e questa cosa qui non l'avevo mai afferrata. E mi accorgo che peró sì, mi torna. E penso alle mie immagini maschili e a quanto in effetti mi riallineano e mi facciano sentire centrata. Proprio per il confine che si crea e per come le cose diventano definite. Si differenziano i rapporti, direbbe una donna di marketing! Anche un amico me lo conferma, e mi dice Sennò finisci per andare fuor di testa, se ci metti una faccia al posto dell'immagine è finita! L'immagine ha da esser vaga, indefinita, guai a fare casino! Io annuisco, sono cose che mi suonano giuste. Non sguazzo più tra le anguille scivolose. Mi accorgo che dai e dai a forza di battere nei muri gli occhi li ho aperti, che gli uomini li vedo, finalmente. E sono tutti così diversi da me, e a saper scegliere son tutti interessanti, ognuno a modo suo. Curiosa, li incontro, li conosco, mi meraviglio e per la prima volta ci faccio rapporti. Non sono più i feticci da cui avere conferma, sono persone con cui sono me stessa. Invito a cena un amico per una pasta insipida e fare un blog e il giorno dopo sono felice e penso che è bello potergli dire di scrivere che ho voglia di leggerlo! Faccio provare un lampredottaio al mimo e penso è bello averglielo fatto scoprire. Vado a pranzo sotto un pergolato e mentre mangio il fritto con le mani come una selvaggia penso è bello questo conoscersi nuovo e a caso. Fa bene. Sorrido. Sono presente, niente a che vedere con la viscida freddezza dell'anguilla. Qualche anguillo ci scappa e mi prendo la coltellata invidiosa e criminale. Allora sguscio e mi allontano. Pazienza, problemi suoi.E ci ho messo anni però ci sono arrivata e se mi dicono tante immagini maschili annuisco e sì è così che funziona. Molti rapporti contemporaneamente è ricchezza. Poi ci guardiamo, io e la mia amica e specifichiamo: ma si fa una storia per volta! Eh già, si fa una storia per volta, è tutto lì il senso della ricerca, in quella storia lì. 
Me lo avessero detto quando nuotavo tra le anguille non avrei capito neppure la differenza. Penso di aver messo parecchi cubetti negli ultimi tempi. Ho costruito roba bella. E così come dico sempre agli uomini belli Beata chi ti gode! oggi me lo voglio dire da sola, che un po' me lo merito anche io. Beato chi mi gode! Ovvia!

martedì 16 luglio 2013

Immagini.

sogni e farfalle

Scorro il muro di facebook poco prima che il router muoia, resto a fissare nella mente l'aggiornamento di stato di una ragazza. Dice "Le donne son tutte troie (cit)" e "tutte tutte" ribadisce nei commenti. Ho le antenne alzate in questi giorni, capto e registro. Percepisco più forti i segnali che sfiancano e minano la vitalità. 
In questi giorni sto avendo una fitta corrispondenza con una donna lontana. Lontana da me in molti versi. Lei insegna, e scrive. Mi invia, per farmi conoscere (o capire) il suo vissuto e la sua letteratura, la tesi che una donna italiana ha scritto su di lei. Io decido di leggerne un pezzo, poi le scrivo un infinito e sconclusionato flusso di coscienza in chi lo sa che inglese e decido di dormire. Dopo il sonno, finisco di leggere. Scremo dalle contingenze. Parla di una trasformazione, di repressione, di tabù e di energie. E' la sua ricerca, è la mia e quella di alcune donne che conosco. La tesi mette in parole accademiche tutto quello che a pelle si percepisce di questa donna che non saprei definire. Intensa, credo che sia la parola giusta. Ginu Kamani è densamente, intensamente femminile. Anche nel bosco, scarmigliata, struccata, in cenci da uomo, senti la sua femminilità viva e pulsante mentre pulisce le faggiole per estrarne l'olio o fa il fuoco o brucia il ginepro. A qualcuno non piace, Ginu. Fa paura ad alcuni uomini e scatena la rabbia di alcune donne. Qualcuno la conosce e si ammala. Lei si limita ad essere, senza tensione. Vive, è, e gli altri si agitano in maniera ridicola. Per molte cose, essendo io così terragnola e senzadio e senza magie, mi è lontana e io gioco con le sue coincidenze, i segnali, influenze zodiacali e numeri, prendo tutto come un racconto magico e folle, ma profondamente felice di farne parte. Ma in verità è la base, il nucleo, che mi è familiare. Parla della ricerca di un'identità femminile che sia legata soltanto all'esser donna e non prodotto dei tempi, di un passato, di culti e modelli. Una donna che non è mamma, non è moglie, non è uomo senza qualcosa. E', semplicemente. E allora guardo il muro di facebook. In sottofondo Caterina Bueno canta stornelli e vecchi pezzi del contado, giocosa scherza nel contrasto tra il figlio che chiede il permesso di prender moglie, "che io da giovinotto un vo' invecchiare" e la  madre che gli consiglia come sceglier moglie e finisce con "E tieni bene a mente la donna pare bona ma dietro le apparenze l'è birbona". E passa questo messaggio, passa di madre in figlio come fosse latte. La donna dietro le apparenze è birbona. E' civetta. Adesca, la donna. Qualche giorno fa una scena. Un'amica mette in guardia l'altra "Gli hai detto di andare in vacanza insieme? Ma allora sei zoccola! Lo sai che se ti ci porta devi dargli qualcosa in cambio??". E guardo in terra, che sì il tono è scherzoso, ma il fondo è melmoso. Intanto è volato uno zoccola di troppo, giudizio morale o forse invidioso sfregio. E poi. E poi l'amica, invece di sorridere e balbettare qualcosa, perché non dice "Sai forse sì, io ho proprio voglia di dargli qualcosa, ma anche in cambio di niente eh, allora cerco di creare le condizioni, dimmi un po', è sbagliato in qualcosa? E' qualcosa di sporco?". 
Ma i migliori, in questo mio antennuto momento storico, sono gli uomini con cui parlo, quelli che dovrebbero nutrire la mia speranza e la mia immagine maschile. Quelli con cui dovrebbe esserci un rapporto uomo-donna che ci realizzi. Ma che avendo bevuto il latte avvelenato si confondono, si impauriscono, non ci credono. E a volte ti annullano, a volte feriscono, inconsapevolmente, senza nemmeno accorgersi, abituati all'idea che ci sono delle apparenze dietro le quali la donna è birbona. O forse sono abituati loro, a esser birboni. E per il ladro, si sa, son tutti ladri. 
Come si fa a realizzarsi uomini e donne in un mondo in cui nessuno ha il coraggio di essere quello che sente?  

venerdì 5 luglio 2013

Essere




Non si è, se non si è in rapporto.
L'ho scritto tanto tempo fa da qualche parte qui nel blog. In questi giorni di strana estate da pendolare raggiungere villa villacolle richiede molte energie e così la doratura e le decorazioni vengono un poco trascurate. I materiali soffrono il caldo e la doratrice pure.
Più facile andar lì e farsi un riposino, cullati vicino a Gregorio che prende appunti nella penombra. Rigenerarsi, ad occhi chiusi, in un respiro nuovo. In sottofondo Sixto Rodriguez come un loop, e pensieri, e sogni, e forse desideri ritrovati, scatenati da un'energia nuova e improvvisa che sa di verde e di fuoco e di pelle e di occhi. Voglia di trasformazioni, di passare nuovi confini, di esplorare nuove geografie dell'anima. Mi muove la curiosità e una fiducia nuova o forse ritrovata.
Gioco, felice come una bambina, con la stessa serietà.
I'm a higly electrically charged WOMAN, come mi spiega un lungo sms con tanto di maiuscole. Ho dalla mia parte una sciamana, mi protegge un sagittario. Ed io che ascolto e che non credo a niente, sorrido, ascolto e sorrido. Ma in un abbraccio vero mi sciolgo e veramente, tutto sembra dar ragione a lei. Aprirsi, buttarsi. Smetto di oppormi, lascio che sia. Domani, di nuovo zaino in spalla, verso quell'abbraccio e quell'energia. E' arrivato il tempo della scossa. Essere. Essere nuovi. Essere vivi.

mercoledì 3 luglio 2013

Fiori.




Le notti bianche, i giorni neri, cantava Mal. L'alienazione sai cos'è? È il vuoto nei pensieri...
Rifredi passa oltre il finestrino, in una luce spenta di cielo a pecorelle.
Al fare il vuoto va opposta voce, va opposto un rifiuto, anche solo esserci a volte è qualcosa.
Daniele Lamuraglia e Dimitri Niccolai hanno ideato una notte nera, una passeggiata che dalla Cité arrivasse alla Libreria Edison passando dal Teatro Comunale.
I pellegrinaggi dell'anima, i luoghi di cui si dissipa la memoria, ne so qualcosa, son cose mie, io posso esserci, almeno un poco.
E mentre ridimensionavo foto e archiviavo passamanerie e chiedevo informazioni sull'evento non evento Daniele via facebook mi ha chiesto Sai fare fiori vivi? Non so, ho pensato, non so che sia far fiori vivi, non sono primavera.
Ho fatto i fiori che sapevo, origami di quando ero bambina, fiori di carta, e di parole. E ho scelto un vecchio Left, ho tagliato le pagine. Le ho piegate pensando al tempo che passa, alla memoria che resta nella pelle e nelle mani. A come sia importante non perderla, che perdere la storia cancella l'esistenza e allora sì, che tutto si fa nero. Ma come sono vivi dei fiori di carta vecchia mi chiedevo facendo le pieghe. Son vivi del tempo che richiedono le cose fatte con le mani. Le cose fatte con cura. E mentre davo loro forma ho capito perchè quella rivista e non un'altra carta. Perchè quella, che era lì dal 2011 e non uno dei tanti fogliacci con le offerte del supermercato, che tanto va buttato via? Perchè sì, perchè quei fiori parlassero una lingua precisa. Perchè ci fossero dentro le parole, quelle giuste. Liberté, Egalité, Fraternité. E trasformazione. E pensiero. E ricerca. E bellezza.
Fiori di carta che si disferanno presto, forse già spazzati via dagli spazzini, pestati dai passanti. Ma saranno ugualmente vivi. Vivi. Parole come pollini. Semi che portino altre nascite. Che se ci levano la storia bisogna esser bravi e farne una nuova, più bella.

martedì 22 gennaio 2013

Immagini.

Dormo, per non pensare. Ma quando è troppo, non funziona più neanche il dormire.

Ho sognato di camminare distratta, felice, forse su una spiaggia o erano i bordi di una città. Avevo un cuscino per skateboard e andavo fin quando si è bloccato, su una pavimentazione appiccicosa. Un ragazzo mi ha guardato, io senza sapere se avevo invaso un campo o cosa ho raccolto il cuscino e ho camminato. Leggevo e salivo, forse dune. In cima mi sono accorta che erano come piramidi e scendere non era facile. Era alto e molto ripido. Erano cubi. Bisognava saltare. Era alto, per me. Mi sono seduta sul bordo con le gambe penzolanti. È arrivato un ragazzetto, un tipo muscoloso, che mi ha chiesto se mi allenavo. No, stavo camminando, ero distratta. Lui ha preso un grosso materassone sgonfio con la rete e lo ha sistemato sotto. Io ho buttato giù il cuscino che era diventato un pallone da spiaggia. L'ho visto atterrare e rimbalzare sulla rete. Ho cominciato a chiacchierare, perdevo tempo.
Mi sono svegliata.
Non conta come sono arrivata qui. Devo buttarmi, non ho altre chance.

mercoledì 17 ottobre 2012

Sogni.

Pare io sogni e mi confonda le parti per l'intero. Chissà. Da sveglia mi guardo allo specchio, ho da capire. Ho delle antenne, mi dicono un sacco di cose sulle persone che incontro. E ho doppi occhi. Eh sì, perchè un paio resta aperto quando l'altro si chiude. Mica facile. Perchè finisce che un paio si chiude così mi innamoro, l'altro resta vigile e guarda e io mi accorgo di tutto quel che fa vibrare le antenne. Ed ho la bocca larga, quel che io sento lo dico, non mi censuro. Fa male e non solo a chi si sente scandagliato. È doloroso. È faticoso. Ho trovato un disegno e mi ha fatto pensare.



Non voglio essere il Colombre di nessuno.

martedì 16 ottobre 2012

Realtà.

Pablo Ruiz Picasso, Corrida 

Nella slide l'immagine non è questa, ma una foto in cui si fronteggiano un toro ed un torero. Ne ho cercata una che mi piacesse di più e ho cercato di memorizzare quelle strane paroline che parevano onomatopeiche: fmot, smot, zmot. Forse sono i rumori della corrida? No. La slide parla del momento in cui il consumatore si trova all'atto dell'acquisto, nel punto vendita (o pidivì come l'uomo di marketing insegna). O di fronte all'erogatore del servizio (e dunque ah! quanto è importante il personale di contatto!). Perché in quel preciso momento, scatta il momento della verità. Ollé! FMOT! Zac, primo momento della verità! E di fronte allo scaffale, si decide di acquistare. Segue poi uno SMOT, un secondo moment of truth: quando il prodotto viene usato, magari neanche da chi ha deciso di comprarlo. Con l'avvento del web il momento della verità è stato anticipato drammaticamente e la decisione d'acquisto non è più davanti allo scaffale, ma davanti al monitor, quando entri in contatto con le review, le community, il branding e tutto concorre a quello che è il Zero Moment of Truth. Azzerato il momento della verità decido se comprare senza nemmeno dovermi recarmi al Pidìvì. Usti, come direbbe la socia. Ok, dico io, fammi scaricare l'ebook gratuito di Google, prima o poi magari me lo leggo, no? E guglo il librino, poi guglo un'immagine e poi non riesco a non pensare che sì, a me tutta questa roba piace anche ma quella fotina lì mi fa seguire un altro filo e finisco a canticchiare che "potremmo farci un olé da torero" e trovo la parola nebbia che mi riporta indietro, parecchio indietro. Ma io non sono nella nebbia, ho ancora e sempre gli occhi buoni anche se me li consumo tra slide, esercizi scemi di statistica e passo le serate a sniffare acquaragia ascoltando lezioni di organizzazione aziendale. E allora chiudo le porte, chiudo le finestre, chiudo i rubinetti, chiudo qualsiasi cosa mi porti anche solo l'odore di nebbia, che questa è la mia scelta, ho imboccato una strada qualche anno fa e lo sapevo che me la sarei percorsa per la maggior parte in solitudine. Non ho più voglia di rallentare il passo, chi vuole si sbrighi e tenga il ritmo se ce la fa, altrimenti pazienza, ci spediremo cartoline, mica che a tutti debban piacere i medesimi panorami.


domenica 14 ottobre 2012

Immagini.




Kazimir Malevich, Plane in Rotation, called Black Circle, 1915
Oil on canvas
31 1/2 x 31 1/2 inches
Private Collection, Courtesy Galerie Gmurzynska Zug

C'è chi fa immagini, c'è chi sa leggerle. C'è chi dice che non sa vederle, io sospetto sia solo una presa di posizione. Che tutti, volendo o meno, fanno immagini. E tutti, volendo o meno, reagiscono a quello che l'immagine suggerisce.
Perchè l'immagine ha un valore profondo, ha a che fare con l'espressione di qualcosa che è prima del pensiero e della parola. I sogni, sono immagini.
Io quando vedo certe robe che mi parlano molto chiaro e sono immagini di merda allora mi arrendo. Metto un bel punto e non vado a capo, che non basta. Giro proprio pagina.

martedì 9 ottobre 2012

Livelli.


Scatola, pastiglia e colore

Livelli e paletti. Recinti, territori, gradi di profondità. Mi dicono che faccio cose incomprensibili. Io mi prendo le misure e so che sono quelle che ho sempre fatto. Mi guardo intorno e anche le persone che mi circondano fanno cose a cui non riesco a dare nome. Non so perché le fanno. Ma se stanno bene e non fanno male a nessuno, che le facciano pure. Perché non è mai il cosa. E' sempre il come, il problema. Si tratta di scindere le antenne dai moralismi stantii. 

domenica 7 ottobre 2012

Forra.


Scatola, pastiglia e colore 

Vie du Bohéme, mi sono ritirata a villa villacolle. Poco mangiare, niente rete, libri più per giustificarmi che per altro. Dovrei studiare, prepararmi, fare. Potrei farci rientrare tutto. Invece ho lasciato da parte le teorie. Colori, pennelli, cacciaviti. Ho ritrovato un tempo strano, senza la connessione costante; silenzioso, dilatato, quasi da sperperare. Diventa un tempo intimo, segreto, lontano dalle condivisioni. Non ci son vuoti, aspettative, assenze, attese, nel fare. Ho preso in mano le cose che voglio veder progredire. Ho voglia di portare a termine. Sono andata per stare lontana da tutto e invece ho ricevuto inviti. E visite, improvvise e disparate. Sul tavolo accumulo di materiali, si affollano barattoli, scatole, scatoline, scatolette per pranzo e per cena. Caffè solubile, assenza di dolciumi. Qualcosa funziona, qualcosa non convince. Una fugace connessione al wifi passeggiando per strada regala aggiornamenti inutili e ansie incomprensibili. Non capisco, rientro. A villa villacolle ho dormito nonostante le zanzare prima e il fornelletto poi. Mi sono svegliata in piena notte, ma senza web il mondo è rimasto fuori e mi sono riaddormentata senza le consuete giratine online. Ho sognato? Non so, forse. Non ci sono stati fantasmi, il cuscino sgombro e soltanto mio non mi ha parlato di sogni altri, non mi son chiesta in quali mondi fossero i pensieri che si sono appoggiati lì. Questa mattina il cielo era grigio e mi sono accorta di non avere colazione. Poco male. Ho lucidato la cera, preparato un colore pastello. Ho pensato a cosa sia il mio e dove cominci il nostro. Mi sono chiesta oggi cosa sia mio e se io abbia qualcosa che sia rimasto nostro dopo la separazione dalle persone con cui l'ho condiviso. Non ho trovato niente che non sia solo mio. Nostri sono solo i ricordi. E penso a quelle parole che dimentico sempre, quelle di Hikmet che dicono "non ti abbandoneró mai quando potró abbandonarti sempre" o una cosa simile che non son mai riuscita a fermare. Sento di nuovo le parole Stai con me. Non esistono più cose nostre al di fuori di quelle che si fanno insieme. Appena fatte son già solo un ricordo. Per quello è tanto importante il desiderio, ascoltarlo. Perchè ci muove verso chi vogliamo che sia con noi a fare un nostro. Mentre stendo il giallo pastello penso alle tante cose che ho tenuto del mio passato. Non le condivido più materialmente con chi me le ha passate ma fanno parte di me. Questo credo che sia separarsi.

mercoledì 12 settembre 2012

Citazioni.






Il primo gesto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro nome.
Rosa Luxemburg


mercoledì 5 settembre 2012

Danni.





Villa Villacolle, appena pulita e riordinata e nuova, esplosa. Mi rifiuto di vederci "un segno" e farne il nuovo inizio. È solo sfiga, non esistono segnali, leggende personali e mondi superiori. L'unico invisibile a cui credo è quel sottopelle, dentro agli occhi, tra le mani che fai con l'altro da te.

lunedì 3 settembre 2012

Regina.

Davide Riondino e i poeti dell'Ottava

Oggi ho spazzato calcinacci, guardato il danno sul soffitto che si allargava e pensato a molte cose. A Kierkegaard, al buon padre di famiglia, al burattino mosso dalla mano che gli sta dentro e non si vede. Ma non ne scriverò. E mi sono dedicata ai rammendi e a riattaccare i bottoni mancanti alle spolverine. Mentre la piastra scaldava la colla e i fiocchi ormai gonfi si scioglievano ho pensato agli aut-aut in tutte le sfumature, da quelli lievi fino a quelli estremi, quelli che si traducono nella realizzazione massima del mors tua vita mea e lascian lì a farsi domande a cui non ci sarà mai risposta se non quelle che da soli si riesce a mettere insieme. Quanto inebria guardare un altro che si contorce nel dolore, sapere che sta cercando risposte che non saprà mai se sono quelle giuste. Quanta soddisfazione procura questo potere che si abbatte sulla vita dell'altro, che realizzazione porta sapere che con il nostro agire possiamo spengere la vitalità dell'altro?  Onnipotenze. Violenze. Mors tua, vita mea. Da giorni sfioro questa cosa e ci passo vicina camminando. Mi sono fatta domanda e trovato risposte. E non sono andata a Bologna. Ma non ne scriverò. Ho ammannito il fregio che ho ripulito e anche l'applique che ho comprato ormai un anno fa. E stasera sono andata alla festa dell'umidità ad ascoltarmi prima Carlo Petrini che parlava della cucina dei poveri e della necessità di un ritorno all'agricoltura e poi Riondino con i poeti dell'Ottava. Provo un'infinita tristezza alla festa democratica, tra i baracconi che spargono puzzo di frittura, di grigliata, di dolciumi e in quella libreria dove ho pensato Adesso mi prendo il libro su Joyce Lussu, che qua ce l'hanno di certo e invece non è stato possibile trovare un solo libro dell'Asino d'Oro ma c'erano pacchi di libri su preti e papi e il cardinal martini e tante altre tremendissime cazzate molto new age e molto trite che sono lì da anni a imputridire. E il dibattito pallosissimo e cafone ha sforato l'orario e lasciato i poeti ad aspettare seduti. Una roba rivoltante che già dice tutto, per me. Ma anche di questo non scriverò. Invece voglio metter qui una cosa che è in un librettino che lessi anni fa. Sono racconti e il primo mi emozionò parecchio perché senza che ci fosse scritto dove si svolgeva ci riconobbi il lago Scaffaiolo. Verso metà ce n'è uno in cui si parla di una pastora che cantava in ottava rima, Beatrice Bugelli. 

"Perché ricordare questa donna? Perché mi sembra una figura emblematica di tutte le donne di quel periodo, sospese tra le durezze di quella vita e l'eleganza innata dei momenti solenni, la foto importante da tramandare o il poetare a braccio, sapendo che, allora, il più di questa poesia si perdeva per l'aria. Un altro di quei poeti, sparsa in giro la fama di Beatrice, andò a sfidarla, come in una tenzone tra pistoleri del West. Si chiamava Cecco Chierroni, e incontratala, le chiese a bruciapelo:
"Vien qua, poeta dalla musa tosta,/ che spero un giorno fartela passare/ dimmi qual è quel pian che non ha costa,/ quell'uccellin che vola senza ale,/ quel ser che scrive senza penna e inchiostro/ e senza carta e senza calamare/ e se bravo poeta ne sarai / queste tre cose mi dichiarerai"
Questa la risposta di Beatrice, improvvisata lì per lì:
"Son partita di Pian degli Ontani a posta / per venir ste tre cose a dichiarare / il ciel l'è quel pian che non ha costa / l'angiol di dio l'uccel che va senz'ale / dio 'l ser che scrive senza penna e inchiostro / e senza carta e senza calamare / un angiolo del ciel suona la tromba /dimmene un'altra che a questa risponda" .
Ed era analfabeta, era solo una pastora.
(Francesco Guccini, L'uomo che reggeva il cielo)

Se poi la Bugelli, meglio conosciuta come Beatrice di Pian degli Ontani, vi ha incuriosito, vi consiglio Beatrice, di Paolo Ciampi.

mercoledì 29 agosto 2012

Separarsi e non lacerarsi.



Amici e amiche mi parlano, mi cercano, mi coccolano, mi rifocillano. Io gestisco la logistica difficile e onerosa, a tratti mi scoraggio, mi perdo, a volte piango. Eppure c'è una roba, dentro, che non permette cupezze che durino, non ammette rabbie, non vuole bugie o annullamenti. Sia cosa sia, non si cancellano certe robe. È stato come un semino. Portato da una musica, portato da un'immagine. In fondo ad un bel film (I giorni della vendemmia, meritava una recensione, non gliel'ho mai dedicata), una scena che è passata e ha lasciato traccia, senza che me ne accorgessi. Ha smosso roba. My beautiful rebel, un ragazzino. E ho sentito che mi batteva il cuore, ho trovato un desiderio. E allora come una giostra sono tornati Neruda, l'anarchia, i partigiani, bandiere rosse, storie di coltelli, briganti, locomotive, compagne, fucili, andare. È stato tutto semplice, è stato come un gioco; ma è stato solo un gioco? Se sì allora era parecchio serio. È stato e tanto basta. È esistito e resta. Ho un'immagine maschile che non mente, ho ricordi che mi dicono a cosa credere, so cosa ho visto, so cosa ho trovato. Quel ragazzino, quel beautiful rebel, se chiudo gli occhi ce l'ho tanto vicino che sento il suo viso vicino al mio. E la socia si scandalizza, che tra adulti ci si telefona, non si lasciano messaggi nel web. Ha ragione, la vita non è virtuale e non sono la mia bacheca facebook. Con dolcezza mii dice Stelìn, essere troppa non è un difetto. E io lo so, e mi commuovo e lascio lo stesso queste parole qua nel web, che non so far arrivare altrimenti, che posso sapere cosa io faccio con gli altri, non è detto io possa conoscere il viceversa e perdo i canali di rapporto, non capisco, sto male inutilmente. Succede; perchè a volte non si riesce a separarsi, si strappa tutto, si scappa, si chiudono porte, ci si lacera, goffi. Quel che c'è dietro a quelle porte serrate non mi riguarda, non andró a bussare, a chiedere, a cercare, a disturbare. Ho un semino, una nascita, ho roba che resta ed è poesia. Quello che resta è il cuore che batte, risate sgarzoline, occhi che brillano, una babilla innamorata e leggera, e felice. Nessun filo viene tranciato, mai. Anche dietro a un centinaio di portoni serrati questa roba qui rimane sempre, poderosa. E io resto integra, mi tengo tutto, a braccia piene vado, non mi lacero. Mi separo. Per ritrovarla.

lunedì 27 agosto 2012

Ciccia.


Ho cercato il corpo, l'ho portato in giro, l'ho coperto, scoperto, come non fosse il solito. L'ho ascoltato. L'ho sentito rattrappirsi, aggrapparsi, strusciare sulle rocce intriso di panico. L'ho sentito dolere dello sforzo i giorni seguenti. Ho camminato con le gambe dure. Ho abbracciato, baciato, ho tenuto in collo una bionda che mi raccontava i suoi disegni ed è bellissimo il suo peso lieve, e vivo. Ho cercato contatto, allungato la mano verso animali che di solito avrei solo guardato. Assaggiato il latte di capra temendo il peggio, invece ho apprezzato e non sono stata tradita. Ho mangiato, bevuto. Il corpo, riprendermi il corpo. Le mani che cercano altre mani, gli occhi che vogliono gli occhi, ma il corpo muto si chiude, si immobilizza, all'erta, come in attesa di non sa cosa. Un blocco, un freno, un muro. Un non trovare, un non lasciarsi andare, in testa una domanda: Perché questa fatica? Perché è fatica e con fatica che cerco di non cercare. E poi il corpo si ammala. I rapporti fanno sbocciare, i rapporti fanno appassire. Trovarsi con un filo spezzato in mano, stanchi, senza vitalità. Chiedersi cosa sia quel moncone. Se sia ciò che rimane di un desiderio dopo che gli occhi lo hanno sezionato chirurgicamente, se sia quel che rimane dopo che le sorelle di Psiche, invidiose, lo hanno sbertucciato. Di quale crisi si tratta, stavolta? Chi non ha fantasia e non sa fare il nuovo fa di tutto perché anche gli altri non ci riescano. E per il ladro son tutti ladri, no? Guardo il soffitto e mi faccio domande, le solite, a cui ancora cerco risposte, in mano un mozzicone, inutile. Penso a quel video di Luca Matti, penso che in due il filo si distende, non si impiglia, non si annoda. E se le parole si ingarbugliano, svaniscono, si nascondono, il corpo no, non dice bugie. E se il corpo si tira indietro, allora bisogna accettare che nessuna parola vale, per andare avanti? Non c'è risposta, se dall'altra parte nessuno tiene il filo.

giovedì 23 agosto 2012

Legni.




Al campeggio, roulotte, veranda, servizi, pontile che si sgretola, spiaggia. Parole, ricordi, immagini, famiglia. Tutto si smuove, di notte mi sveglio, aspetto e non arriva niente, fa meno caldo, dormo comunque di più. Racconto a pezzi un po' della mia vacanza, come fossero fotografie mescolate saltello da una cosa all'altra, intreccio luoghi, persone, immagini, lascio che traspaiano i rapporti, le trasformazioni. Il commento viene direttamente dagli avi, dalle parole della nonna di mia mamma che sentenzia Possibile a codesta età un tu n'abbia trovato un basto che t'entri. E con questo rimango a pensare, smetto di parlare, guardo gli altri, vaglio i miei desideri che non sono famiglia contratti e manicomio. Penso al passato, ad occhi, mani, storie. Sogno.
Pulivo un bagno d'albergo che non avevo usato ma dove avevo dormito. Un uomo alto nel mio bagno di casa si guardava allo specchio e poi se ne andava senza vedermi, senza salutare. Lasciava un rasoio, sul lavandino, ma non mi muovevo, non glielo dicevo. Lasciavo che tutto fosse, spettatrice.
In autostrada, io, alla guida di un furgone, pieno di cose, con altre persone. Cercavo indirizzi, parcheggi. Cercavo.

È tanto più facile trovarsi un basto, aveva ragione tua nonna, mamma.