Visualizzazione post con etichetta identità femminile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta identità femminile. Mostra tutti i post

giovedì 8 agosto 2013

Le spose.

Mi trovo a cena a parlare d'amore. E di spose, di malmaritate, di panpentiti. Che tradotto significa parlare di amanti, mariti, mogli e harem. Perché a volte è così, esistono anche persone sfuggenti. Che non riesci a decifrare, a sentire. Criptiche o forse algide. Lo senti che non te la raccontano giusta. Ti rendi ben conto di esser parte di in harem, niente di speciale. Allora devi fidarti delle antenne e scegliere, se sei in condizione di. Che mica sempre, che mica tutti sono in condizione di fare una scelta. Magari razionalmente sì, è anche facile. Ma separarsi, poi, nei fatti, quanta forza richiede? Io ascolto. Roba già vista da lontano, roba passata accanto, roba che mi fa tristezza e mi annoia nella serialità, in questo assomigliarsi di tutte le esperienze. Forse meglio non mi riguardi. Forse mi ammala anche il solo pensare ad un trascinarsi sterile e ripetitivo, coazione a ripetere, tacche su un muro abitato da ignari o ignavi complici. Ascolto e immagino teatrini patetici. Io so fare la pomarola, altro che. Io non me la sciupo la vitalità. Oppongo resistenza. Perché se anche ci sono persone che si dibattono in sofferenti incastri e non concedono un briciolo di trasformazione, c'è chi ha gli occhi chiari, chi non abbassa lo sguardo, chi non ha necessità di voltare la testa. Chi è in pace con se stesso e col mondo intorno, senza sottofondi e impalcature a tenere insieme la baracca traballante. C'è chi si separa dall'altro con un abbraccio e va a fare altri rapporti. Io un poco ascolto un poco parlo, annuisco e mangio, che bevi e chiacchiera in due ci siamo scofanati 400 gr di pasta con la pomarola il burro e il basilico fresco ed è stata una vera orgia. Povere donne, le spose malmaritate. Mi fanno male, in quella fragilità dolente dove tutto va fatto in punta di piedi o crolla il mondo. Chiudo gli occhi, ascolto i movimenti. Tellurica, mi chiama la socia. Tettonica, rincara. Sciame sismico di assestamento, scosse improvvise, collasso repentino. Penso a una sposa che sale su un treno verso una nave, penso a una sposa sul molo col casco sottobraccio.Spose, non fatelo proprio, non mangiatelo mai il panpentito, lasciatelo nel piatto e digiunate, piuttosto. Cambiate marito, non ci sarà mai un bon boccone più bono che questo.


IL LAMENTO DELLA SPOSA
(canzone toscana sul tema della malmaritata)
Aveo le fibbie belle,
aveo de be’ vestiti,
ora mi so’ spariti in su i’ momento
l’orologio d’argento
e’ ci teneo appesa
una bella catenina ciondoloni,
io gli feci i carzoni,
carzette e sottoveste
la giubba delle feste e un be’ cappello,
credeva d’esse’ bello
con tutto i’ suo ballare,
a me tocca stentare, poverina!
La sera e la mattina
mi trovo disperata,
ho fatto la frittata a me credete,
fui messa nella rete
dalla mi’ zi' Simona
e dalla baccellona della Mena
Preso che l’ebbi appena,
questo tristo marito,
mangiare i’ pan pentito a me conviene,
Credevo di sta’ bene
e pe’ fammi dispetto
e’ m’ha venduto i’ letto e i’ cassettone.
Ragazze belle e bone,
da me tutte imparate,
zittelle e maritate, a ave’ giudizio:
s’entra in un precipizio
appena fatte spose;
e so dell’altre cose e ‘un le vo’ dire;
con questo vò finire
e non vo’ anda’ più ‘n là:
polenta e baccalà l’è un boccon bono!






domenica 28 luglio 2013

Donne.



"Ero giunta comunque alla conclusione che il maschio-sacerdote (e i sacerdoti erano sempre maschi), a qualsiasi religione appartenesse, era alquanto peggiore del maschio comune."
                                                                         Joyce Lussu, Portrait

sabato 27 luglio 2013

Oca al forno.

'All These Flowers Are For You - 31' - 2005, Gogi Saroj Pal





I'm telling you, life is a total connect-the-dots rollercoaster these days. (Ginu Kamani, 24 Luglio, Muir Beach)



Molti anni fa, quando lavoravo da piccola pubbiera ed ero tenera e fiordilatte mi ero inventata insieme a un amico un'usanza bellissima. Staccavo dal lavoro a notte fonda e sotto casa sua suonavo il clacson del Sì scassatissimo che mi portava in giro, un paio di birre in borsa. Se era sveglio, si affacciava e mi apriva. Poi cominciavamo. Brani da leggere. Poesie, racconti, stralci. Musica. Film. Ogni cosa ne richiamava un'altra e ci nutrivamo così, in continua osmosi, alcool, parole e fili che si intrecciavano e davano il via ad altre cose che prendevano forma. A volte ci sorprendeva la sveglia di sua madre, noi ancora persi a ragionare di frattali, montagne, bar sotto ai mari, cartoline dalle puttane di Minneapolis, scarafaggi e pantegane. Era, a vederlo oggi, un bel modo di amarci, a modo nostro. Un sacco di semi son stati gettati lì, in quelle nottate che scalavano tutti gli stadi della borrachera e tutto era già, lì. Oggi mi torna in mente quel calderone, nell'afa della città disertata da tutti. Forse anche all'epoca era estate. Oggi niente più usanze, semplicemente a caso, fo.
La mia villavillacolle è minuscola e poche persone vengono a trovarmi, per caso e per scelta direi, quasi che davvero troneggiasse sulla porta quello scudo che da anni ho in mente di fare, quello che già nel convento volevamo piazzare all'ingresso. Chi lo sa, che un giorno io non lo faccia davvero. Finora, anche senza scudo, le visite si sono selezionate autonomamente. E le energie rimangono tutte e serpeggiano tra gli oggetti. Guardo Villa Villacolle farsi sempre più bella e piena di respiro, altro rispetto alla cella 19, una storia nuova e diversa che si costruisce volta per volta ed ugualmente potente e viva. Muovo tutto, rimescolo, lascio che l'energia tellurica scorra, che il vento soffi, che bruci il fuoco. Ebollizioni sussurrate, siedo sotto a un glicine in mezzo ad una giungla, assisto a serate surreali, connetto puntini ad occhi chiusi. Invece di cenere resta una forza e me la tengo sottopelle, mescolata ai baci, agli occhi aperti e agli occhi chiusi, la alimentano parole e suoni e piccoli deragliamenti improvvisi. Non lascio il tempo di sedimentare, guai. Guai dissipar tutto in parole, si costruiscono feticci e si scialano possibilità nel solo chiacchierarne. Tacere. Esorto Azione! Azione! Andare! che stare sul divano a rimuginare spegne la fiamma, soffoca ed immobilizza, affama. Nel bollore estivo, in perfetta solitudine cerco e raccolgo.
A volte mi piacerebbe aprirla Villavillacolle, invitare chi ha voglia a venire a leggere una poesia, portare colore, spandere parole. Poi penso che posso farlo ovunque e non è un evento che cerco, ma vita. Dove mi porti questo filo non lo so, che cosa c'entri o quanto sia lontana l'oca al forno, nemmeno. Pensavo ai dadi, forse, alle frecce, a una meta. E' soprattutto resistenza, questa. E amore, sicuramente.


sabato 20 luglio 2013

Occhi chiari.





E parliamo parliamo parliamo e poi la mia amica mi dice Bisogna sempre avere più immagini maschili altrimenti finirai per buttare tutto addosso a un uomo solo! E io trasecolo e questa cosa qui non l'avevo mai afferrata. E mi accorgo che peró sì, mi torna. E penso alle mie immagini maschili e a quanto in effetti mi riallineano e mi facciano sentire centrata. Proprio per il confine che si crea e per come le cose diventano definite. Si differenziano i rapporti, direbbe una donna di marketing! Anche un amico me lo conferma, e mi dice Sennò finisci per andare fuor di testa, se ci metti una faccia al posto dell'immagine è finita! L'immagine ha da esser vaga, indefinita, guai a fare casino! Io annuisco, sono cose che mi suonano giuste. Non sguazzo più tra le anguille scivolose. Mi accorgo che dai e dai a forza di battere nei muri gli occhi li ho aperti, che gli uomini li vedo, finalmente. E sono tutti così diversi da me, e a saper scegliere son tutti interessanti, ognuno a modo suo. Curiosa, li incontro, li conosco, mi meraviglio e per la prima volta ci faccio rapporti. Non sono più i feticci da cui avere conferma, sono persone con cui sono me stessa. Invito a cena un amico per una pasta insipida e fare un blog e il giorno dopo sono felice e penso che è bello potergli dire di scrivere che ho voglia di leggerlo! Faccio provare un lampredottaio al mimo e penso è bello averglielo fatto scoprire. Vado a pranzo sotto un pergolato e mentre mangio il fritto con le mani come una selvaggia penso è bello questo conoscersi nuovo e a caso. Fa bene. Sorrido. Sono presente, niente a che vedere con la viscida freddezza dell'anguilla. Qualche anguillo ci scappa e mi prendo la coltellata invidiosa e criminale. Allora sguscio e mi allontano. Pazienza, problemi suoi.E ci ho messo anni però ci sono arrivata e se mi dicono tante immagini maschili annuisco e sì è così che funziona. Molti rapporti contemporaneamente è ricchezza. Poi ci guardiamo, io e la mia amica e specifichiamo: ma si fa una storia per volta! Eh già, si fa una storia per volta, è tutto lì il senso della ricerca, in quella storia lì. 
Me lo avessero detto quando nuotavo tra le anguille non avrei capito neppure la differenza. Penso di aver messo parecchi cubetti negli ultimi tempi. Ho costruito roba bella. E così come dico sempre agli uomini belli Beata chi ti gode! oggi me lo voglio dire da sola, che un po' me lo merito anche io. Beato chi mi gode! Ovvia!

martedì 16 luglio 2013

Immagini.

sogni e farfalle

Scorro il muro di facebook poco prima che il router muoia, resto a fissare nella mente l'aggiornamento di stato di una ragazza. Dice "Le donne son tutte troie (cit)" e "tutte tutte" ribadisce nei commenti. Ho le antenne alzate in questi giorni, capto e registro. Percepisco più forti i segnali che sfiancano e minano la vitalità. 
In questi giorni sto avendo una fitta corrispondenza con una donna lontana. Lontana da me in molti versi. Lei insegna, e scrive. Mi invia, per farmi conoscere (o capire) il suo vissuto e la sua letteratura, la tesi che una donna italiana ha scritto su di lei. Io decido di leggerne un pezzo, poi le scrivo un infinito e sconclusionato flusso di coscienza in chi lo sa che inglese e decido di dormire. Dopo il sonno, finisco di leggere. Scremo dalle contingenze. Parla di una trasformazione, di repressione, di tabù e di energie. E' la sua ricerca, è la mia e quella di alcune donne che conosco. La tesi mette in parole accademiche tutto quello che a pelle si percepisce di questa donna che non saprei definire. Intensa, credo che sia la parola giusta. Ginu Kamani è densamente, intensamente femminile. Anche nel bosco, scarmigliata, struccata, in cenci da uomo, senti la sua femminilità viva e pulsante mentre pulisce le faggiole per estrarne l'olio o fa il fuoco o brucia il ginepro. A qualcuno non piace, Ginu. Fa paura ad alcuni uomini e scatena la rabbia di alcune donne. Qualcuno la conosce e si ammala. Lei si limita ad essere, senza tensione. Vive, è, e gli altri si agitano in maniera ridicola. Per molte cose, essendo io così terragnola e senzadio e senza magie, mi è lontana e io gioco con le sue coincidenze, i segnali, influenze zodiacali e numeri, prendo tutto come un racconto magico e folle, ma profondamente felice di farne parte. Ma in verità è la base, il nucleo, che mi è familiare. Parla della ricerca di un'identità femminile che sia legata soltanto all'esser donna e non prodotto dei tempi, di un passato, di culti e modelli. Una donna che non è mamma, non è moglie, non è uomo senza qualcosa. E', semplicemente. E allora guardo il muro di facebook. In sottofondo Caterina Bueno canta stornelli e vecchi pezzi del contado, giocosa scherza nel contrasto tra il figlio che chiede il permesso di prender moglie, "che io da giovinotto un vo' invecchiare" e la  madre che gli consiglia come sceglier moglie e finisce con "E tieni bene a mente la donna pare bona ma dietro le apparenze l'è birbona". E passa questo messaggio, passa di madre in figlio come fosse latte. La donna dietro le apparenze è birbona. E' civetta. Adesca, la donna. Qualche giorno fa una scena. Un'amica mette in guardia l'altra "Gli hai detto di andare in vacanza insieme? Ma allora sei zoccola! Lo sai che se ti ci porta devi dargli qualcosa in cambio??". E guardo in terra, che sì il tono è scherzoso, ma il fondo è melmoso. Intanto è volato uno zoccola di troppo, giudizio morale o forse invidioso sfregio. E poi. E poi l'amica, invece di sorridere e balbettare qualcosa, perché non dice "Sai forse sì, io ho proprio voglia di dargli qualcosa, ma anche in cambio di niente eh, allora cerco di creare le condizioni, dimmi un po', è sbagliato in qualcosa? E' qualcosa di sporco?". 
Ma i migliori, in questo mio antennuto momento storico, sono gli uomini con cui parlo, quelli che dovrebbero nutrire la mia speranza e la mia immagine maschile. Quelli con cui dovrebbe esserci un rapporto uomo-donna che ci realizzi. Ma che avendo bevuto il latte avvelenato si confondono, si impauriscono, non ci credono. E a volte ti annullano, a volte feriscono, inconsapevolmente, senza nemmeno accorgersi, abituati all'idea che ci sono delle apparenze dietro le quali la donna è birbona. O forse sono abituati loro, a esser birboni. E per il ladro, si sa, son tutti ladri. 
Come si fa a realizzarsi uomini e donne in un mondo in cui nessuno ha il coraggio di essere quello che sente?  

mercoledì 17 ottobre 2012

Sogni.

Pare io sogni e mi confonda le parti per l'intero. Chissà. Da sveglia mi guardo allo specchio, ho da capire. Ho delle antenne, mi dicono un sacco di cose sulle persone che incontro. E ho doppi occhi. Eh sì, perchè un paio resta aperto quando l'altro si chiude. Mica facile. Perchè finisce che un paio si chiude così mi innamoro, l'altro resta vigile e guarda e io mi accorgo di tutto quel che fa vibrare le antenne. Ed ho la bocca larga, quel che io sento lo dico, non mi censuro. Fa male e non solo a chi si sente scandagliato. È doloroso. È faticoso. Ho trovato un disegno e mi ha fatto pensare.



Non voglio essere il Colombre di nessuno.

mercoledì 12 settembre 2012

Citazioni.






Il primo gesto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro nome.
Rosa Luxemburg


mercoledì 29 agosto 2012

Separarsi e non lacerarsi.



Amici e amiche mi parlano, mi cercano, mi coccolano, mi rifocillano. Io gestisco la logistica difficile e onerosa, a tratti mi scoraggio, mi perdo, a volte piango. Eppure c'è una roba, dentro, che non permette cupezze che durino, non ammette rabbie, non vuole bugie o annullamenti. Sia cosa sia, non si cancellano certe robe. È stato come un semino. Portato da una musica, portato da un'immagine. In fondo ad un bel film (I giorni della vendemmia, meritava una recensione, non gliel'ho mai dedicata), una scena che è passata e ha lasciato traccia, senza che me ne accorgessi. Ha smosso roba. My beautiful rebel, un ragazzino. E ho sentito che mi batteva il cuore, ho trovato un desiderio. E allora come una giostra sono tornati Neruda, l'anarchia, i partigiani, bandiere rosse, storie di coltelli, briganti, locomotive, compagne, fucili, andare. È stato tutto semplice, è stato come un gioco; ma è stato solo un gioco? Se sì allora era parecchio serio. È stato e tanto basta. È esistito e resta. Ho un'immagine maschile che non mente, ho ricordi che mi dicono a cosa credere, so cosa ho visto, so cosa ho trovato. Quel ragazzino, quel beautiful rebel, se chiudo gli occhi ce l'ho tanto vicino che sento il suo viso vicino al mio. E la socia si scandalizza, che tra adulti ci si telefona, non si lasciano messaggi nel web. Ha ragione, la vita non è virtuale e non sono la mia bacheca facebook. Con dolcezza mii dice Stelìn, essere troppa non è un difetto. E io lo so, e mi commuovo e lascio lo stesso queste parole qua nel web, che non so far arrivare altrimenti, che posso sapere cosa io faccio con gli altri, non è detto io possa conoscere il viceversa e perdo i canali di rapporto, non capisco, sto male inutilmente. Succede; perchè a volte non si riesce a separarsi, si strappa tutto, si scappa, si chiudono porte, ci si lacera, goffi. Quel che c'è dietro a quelle porte serrate non mi riguarda, non andró a bussare, a chiedere, a cercare, a disturbare. Ho un semino, una nascita, ho roba che resta ed è poesia. Quello che resta è il cuore che batte, risate sgarzoline, occhi che brillano, una babilla innamorata e leggera, e felice. Nessun filo viene tranciato, mai. Anche dietro a un centinaio di portoni serrati questa roba qui rimane sempre, poderosa. E io resto integra, mi tengo tutto, a braccia piene vado, non mi lacero. Mi separo. Per ritrovarla.

martedì 28 agosto 2012

Guardare in alto (duramente).


Foto di Claudia Pellegrini

Stanchezza, tristezza. Fatica. La fatica di essere lucida e non farsi mai sconti. La fatica di vedere tutto, leggere tutto, sentir vibrare le antenne e percepire anche il cambiamento di espressione di chi ti sta parlando al telefono. La fatica di essere sempre parecchio avanti, parecchio veloce, parecchio a fondo. Che tutto ti arriva addosso e già lo hai messo a fuoco, compreso e tradotto in parole quando ancora chi hai accanto si sta godendo l'attimo, la testa vuota. Essere troppa, come mi dice la socia. Essere così troppa che non mi reggono. Farci i conti, che tutto questo troppo si mescola alle fragilità, alle paure ma anche alle certezze. Rischiare tutto, sempre. Metterci tutto, sempre. Senza fatica. Ma sempre ad occhi aperti. Che la magia non sta nell'ombra, nell'immaginato, ma nel fare un bello che sia luminoso, e nuovo. Che il non detto genera soltanto fantasmi che si agitano e ingigantiscono nel buio. Esser felice con poco ma esigere tanto in termini di pulizia, di chiarezza, di limpidezza. Stringere in mano fili preziosi che hanno tessuto arazzi, tappeti volanti, stoffe lievissime per abiti eleganti. Guardare un filo sconosciuto che forse è tagliato, sentirsi pesante. Sbagliata. Stanca. Triste. Essere troppa. Essere scomoda.

lunedì 27 agosto 2012

Ciccia.


Ho cercato il corpo, l'ho portato in giro, l'ho coperto, scoperto, come non fosse il solito. L'ho ascoltato. L'ho sentito rattrappirsi, aggrapparsi, strusciare sulle rocce intriso di panico. L'ho sentito dolere dello sforzo i giorni seguenti. Ho camminato con le gambe dure. Ho abbracciato, baciato, ho tenuto in collo una bionda che mi raccontava i suoi disegni ed è bellissimo il suo peso lieve, e vivo. Ho cercato contatto, allungato la mano verso animali che di solito avrei solo guardato. Assaggiato il latte di capra temendo il peggio, invece ho apprezzato e non sono stata tradita. Ho mangiato, bevuto. Il corpo, riprendermi il corpo. Le mani che cercano altre mani, gli occhi che vogliono gli occhi, ma il corpo muto si chiude, si immobilizza, all'erta, come in attesa di non sa cosa. Un blocco, un freno, un muro. Un non trovare, un non lasciarsi andare, in testa una domanda: Perché questa fatica? Perché è fatica e con fatica che cerco di non cercare. E poi il corpo si ammala. I rapporti fanno sbocciare, i rapporti fanno appassire. Trovarsi con un filo spezzato in mano, stanchi, senza vitalità. Chiedersi cosa sia quel moncone. Se sia ciò che rimane di un desiderio dopo che gli occhi lo hanno sezionato chirurgicamente, se sia quel che rimane dopo che le sorelle di Psiche, invidiose, lo hanno sbertucciato. Di quale crisi si tratta, stavolta? Chi non ha fantasia e non sa fare il nuovo fa di tutto perché anche gli altri non ci riescano. E per il ladro son tutti ladri, no? Guardo il soffitto e mi faccio domande, le solite, a cui ancora cerco risposte, in mano un mozzicone, inutile. Penso a quel video di Luca Matti, penso che in due il filo si distende, non si impiglia, non si annoda. E se le parole si ingarbugliano, svaniscono, si nascondono, il corpo no, non dice bugie. E se il corpo si tira indietro, allora bisogna accettare che nessuna parola vale, per andare avanti? Non c'è risposta, se dall'altra parte nessuno tiene il filo.

domenica 12 agosto 2012

Fare.





Lo zaino è lì, pieno di non so cosa, oggetti ancora sparsi sulla tavola in disordine, tra un tappo di Becks una borraccia e la bustina dell'Earl Grey. Ascolto Satie e si definiscono separazioni e si mischiano ricordi e sensazioni. Un'immagine sfumata che smuove e esorta al movimento. Sotterranea, nascosta eppure in ogni parola, in ogni gesto ritorna. Che sia trovata o scelta, c'è e mi dicono che si vede. La covo, la coccolo, la giro tra le parole e i pensieri come fosse una pesca tra le dita. C'è un netto confine tra il fuori e il dentro e io lo vedo bene. Vedo anche se per capriccio metto il piede oltre quella linea che non va oltrepassata. Posso andare in qualsiasi altro posto e non ferirmi. E lo faró. Perchè è venuta fuori una bambina bellissima dai miei sogni ed è mia e mi vuole bene e ne voglio avere cura.

sabato 28 luglio 2012

Occhi.






No, niente puó sostituire lo sguardo. E la danza che gli occhi intrecciano con altri occhi e i movimenti delle mani sulla musica di parole che magari non vorrebbero dir nulla. Con gli occhi chiusi ascolto, nel buio del salotto. Fuori l'aria è torrida e risuona il canto di cicale. Pigramente abdico a tutti gli impegni. I devo si diluiscono in dovrei e resto sul divano in attesa di una cena tra amici. Penso. Cerco. Ho fatto un sogno. Ho fatto un sogno e me lo ricordo. Ho un'immagine, piccola. Rimugino, razzolo, ritrovo la parolina magica: separazione. Sospiro pensando a inutili nascite che non trovano uno svezzamento, all'immobilità, all'esser di legno e al farsi liquidi per prendere nuove forme. Su una copertina azzurra si guardano Amore e Psiche. Io penso ai miei squilibrii e ai miei scompensi, ai miei lucchetti, alle cassaforti e agli scrigni lasciati incustoditi, spalancati e scordati così. Penso a una donna, e a un uomo. Che tutto, sempre, coinvolge una donna e un uomo. Penso a un viaggio, a una vela. Vorrei trovare quel filo, in quella piccola immagine, di nuovo, raccontare ancora il viaggio che è sempre stato il solito e sempre diverso. È necessario ricominciare tutto, magari da tre come in quel film in cui Troisi diceva a Robertino Salvati! Jesc a sto museo! Vai a rubbà! Tuocc e'femmene! Che sì, si ricomincia ma mai da zero. Diciamo che intanto, se il principio vien sempre da un uomo e una donna, ricominceró da quella donna, che si è un po' persa, un po' chiusa e un po' castrata e sta annegando in un delirio da dissociata scassacazzo e sputasentenze come una vecchia acida.

domenica 8 gennaio 2012

Melma.



Cazzeggio, leggo in rete, mi soffermo su un articolo. La violenza sulle donne ritorna, sempre, crescono i numeri delle vittime, si chiedono gesti concreti, si chiede agli uomini di scendere in piazza. Ripenso a una frase che ho scritto giorni fa. Le donne scendono in piazza e poi vanno a letto con l'assassino. La ribalto e penso Gli uomini scendono in piazza e poi ti danno una coltellata. E' proprio così? Non credo. Però forse molti scendono in piazza ma poi dicono Anche io potrei dare una coltellata. Anche questa cosa, quante volte ci tocca leggerla. Fa parte della nostra cultura. Dalla favola bella di Amore e Psiche han distorto tutto e nei secoli quell'amore si è trasformato fino ad arrivare addirittura ai vampiri! Hanno piantato un paletto nella natura umana spaccandola in due e relegando una parte "al male". L'irrazionale, come si suol dire, dove ti porta ti porta sbaglierai. Quindi se trovi un innamorato, è ovvio che sarete infelicissimi, deve essere così, perché siamo nati per soffrire, siamo nati macchiati dal peccato originale. Abbiamo dentro il male. Io ti amo e sono un mostro è la perfetta sintesi di questo, l'emblema della dissociazione totale. Nanni Moretti forse ci crede, visto che chiude così Bianca, ma io no. Che se sei un mostro, non ami. Che se mi ami, non ti passa nemmeno per il capo di alzare un dito. Sembrano cose così elementari, secondo me si hanno già chiare all'asilo, possibile che uno debba stare ancora a ripetersele tipo mantra perché in giro c'è chi mette in dubbio queste semplici basi? Che rottura di palle. Intanto che spilluzzico e penso scambio anche lettere virtuali con donne belle e parlando ci scambiamo racconti, ricordi, esperienze. Qualcuno porta cicatrici indelebili, chi sulla pelle chi dove non esistono punti di sutura che tengano. Prendono forma in questi scambi pudichi mostri più o meno delineati. Aleggiano spauracchi e fantasmi, chiacchieriamo amabilmente di chi ti cancella per rabbia, di chi lo fa con noncuranza, di chi sorridendo ti regala stilettate che ti lasciano morta dentro. Annullamenti, un secondo prima ci sei e stai parlando con qualcuno che ti vede, un secondo dopo ti accorgi che quella persona non è in rapporto con te, ti ha fatto sparire. Ad avere antenne vibranti certi colpi capisci da dove arrivano, se invece guardi intorno con gli occhietti ciechi della ragione rischi di continuare ad andare avanti a infilzarti sempre sulla stessa lancia solo perché razionalmente o culturalmente, si deve. Perché accanto hai una persona che Poverina, ha sofferto molto. Una persona che Poverina, io posso aiutarla. Se hai le antenne vibranti e anche una buona dose di voglia di salvarti, un vibrante vaffanculo ti farà saltar via alla velocità di un grillo, o guizzare come un'anguilla.
A volte da certe minuscole crepe si intravedono mondi più vasti. Eppure qualcuno non si spinge oltre e continua a guardare la crepa magari infiorettando la cosa di disquisizioni sul proprio capire l'intonaco, mentre tu stai vedendo oltre un panorama esteso e tutto quello che certi muri celano. L'invisibile a volte si rivela ma spesso per mancanza di strumenti o di coraggio si corre ai ripari creando una nebbia densa. Mi capita a volte di leggere cose amorfe, dove si parla di qualcosa citando tante fonti, alcune in contrapposizione e leggendo leggendo vedi che non arrivi da nessuna parte, elencati i diversi punti di vista ci si limita a trovar del buono in tutto, come se tutto fosse riscattabile, come se questo fosse positivo, e sano. Qualche post fa ho preso spunto da uno stimolo esterno, uno dei tanti trampolini, e ho fatto un tuffo "nel mio", cercando dove sarei andata a parare. Sono nuotate che non ci allontanano dai propri stagni, ognuno può solo sguazzare secondo le proprie pinne, il proprio spazio, il proprio allenamento e soprattutto nel proprio passato. E così c'è chi ha l'oceano di fronte e chi un acquario ma certi spazi non sono condivisibili. Sono gli altri che ti mostrano il trampolino. O che ti fanno pinzetta o ti danno uno spintone. Ma dove cadi, è la tua acqua. In ogni caso, quindi, a ognuno il suo brodo. E così mi son fatta la mia sguazzatina, lasciati gli altri fuori, pensando a uomini e donne che si relazionano, che hanno un rapporto che è identità. I miei rapporti han fatto la mia identità. Le mie scelte. Le crepe in cui ho cacciato gli occhi per vedere meglio, le nebbie che ho dissipato. Per me non è tutto riscattabile, alcune cose è sano rifiutarle, è sano sfancularle e me lo dice la mia vitalità che cresce in modo esponenziale appena mi libero di zavorre e pesanti macigni. Nel mio piccolo non accetto più nebbie, non mi mescolo a chi vede del buono ovunque in onore del compromesso e dell'essere buoni. Mi allontano automaticamente,come quando ritrai la mano troppo vicina alla fiamma. Perché mi sono stancata di sentir dire "Tutti siamo pazzi, tutti siamo violenti, tutti siamo assassini". Ma chi? Dove? Perché? Io so che non ammazzerei una persona, io so che non stuprerei qualcuno. Io so che alcune cose non fanno parte di me. Ho avuto accanto persone capaci di fare queste cose ed erano pazze. Mi ha salvato il rifiuto e il non confondermi con loro, non accettare certe cose come normali. Ho avuto accanto persone che non faranno mai cose del genere, lo so. Mi viene da dire perché sono sane anche se non so se sia giusto. Ma credo sia così. Sono sane. E' vero che chiunque si può ammalare, anche loro quindi potrebbero, ma ammalarsi non è la regola. Non c'è nessuna strada in discesa che ti porta per forza nel buio. infatti quando mi trovo a sguazzare nella melma come un'anguilla, mi fermo e mi trasformo. Mi alzo in piedi. Perché non sono un'anguilla, sono una donna e io posso scegliere, posso tuffarmi in piscina o in un lago azzurro e pulito o nel mare. E nel mio brodo di questo piccolo stagno preferisco restare in compagnia di pochi pesci, senza aprir tante porte all'esterno, che poi si intorbida l'acqua.

mercoledì 21 settembre 2011

Monnezza d'oggi e di ieri.




Il desiderio di un cambiamento, l'indignazione, il sistema. Leggo un po' in giro: amarezza, rabbia, scoramento. Qualcuno ha perso il filo, qualcuno fa la rivoluzione che puó e non se ne accorge, qualcuno si lava la coscienza e amen, che ci pensino gli altri. Circolano notizie, video, link che striscianti inoculano il veleno della normalità, del così funziona, imparate. In anestesia generale i modelli vengono diffusi e accettati come fotografia dei tempi, qualche commento poi si passa al prossimo Condividi, Mi piace, Vilovvo. Serpeggiano il pensiero debole e ancora di più il pensiero sporco. Si ribaltano i valori, si confonde la morale, evaporata l'etica. Io cerco e mi imbatto in vuoti che spaurano. Qualcuno si arrabatta e si contorce, qualcunaltro si crogiola in party demenziali, perfetto prodotto dei tempi, per dar ragione a un bischero che cantava Non si esce vivi dagli anni ottanta. Le più stranite, le donne. Che non sanno più che pesci prendere, che forse han cercato una realizzazione personale e non gli è bastata, che non hanno modo di esser libere in questa società che non le prende in considerazione, che ancora si ritrovano a cercare un'identità in rapporto con uomini che odiano le donne. Cerco. Tutto quello che abbiamo oggi ha le sue radici in quello che era ieri. Il mio più vecchio ieri son gli anni ottanta, dei settanta ho solo Jeeg, la morte di Rino Gaetano, Heidi. Me li hanno raccontati gli anni ottanta che non ho vissuto direttamente. I miei amici orfani del 68, quelli rimasti senza soluzione, che per rifarsi della perdita si son risolti in una indifferenza feroce, a voler dire Se non ha funzionato il Noi che almeno prevalga l'Io non appena lo ritrovo. Se ripenso ai miei anni ottanta mi sembrano sempre più tutta plastica e apparenza. Gli yuppi. Il Drive In, tutti quei lampadati, le tettone, le spalline imbottite. Iniziava già un ribaltamento dell'immaginario verso la finzione. Secondo me affondano in questo terreno i capelli disegnati sulla testa del premier. Nessuno ci vede la testa di legno di Pinocchio, perchè siamo venuti su con Mediaset. Penso alle donne ragazzine allora. Negli anni ottanta i poster nelle camerette delle amiche: George Michael, Boy George, band varie. La maggior parte di quegli uomini gradivano altri uomini. Che sfiga, ragazze, ci siamo abbeverate ad un'immaginario che ci annulla. O al nichilismo punk. O al depressivo dark. Tutti in uniforme, tutti in divisa, comunque, quale essa fosse. Vuoto. L'apparenza che scardina l'essenza. C'era un gran vuoto, c'era quel tutto grigio e quella nebbia del mors tua vita mea. Io son ganzo perchè ho la cresta, io perchè fo la piattola, io sono un metallaro. Appartenenza. Gregge che dà un'identità. Perchè se uno non ce l'ha un'identità di fronte all'altro non ci puó stare. Allora se ne fa una e con quella risolve il problema di essere in rapporto. Chi è punk sta coi punk, chi non è punk via. Gli altri sono solo specchi, ci si vede dentro se stessi e si rimane uguali. Quando lo specchio non funziona lo si rompe o lo si getta. Che roba che si trova, pensandoci. Erano i semi dei frutti odierni. Oggi tutta quell'indifferenza, quella finzione, quello scollamento dalla realtà ce lo ciucciamo increduli. Una dissociazione sociale e culturale. Ma se il malessere si fa sentire, se qualche cosa non ci torna, se un certo modo di pensare, vivere, agire ci indigna qualcosa ci è rimasto, sotto. Dagli anni ottanta si esce vivissimi, volendo. Basta un rifiuto e buttarli al cesso invece di farne un santino ganzo che fa tanto quarantenne nostalgico. Se la terra è velenosa e i frutti sono marci allora puó essere che alle radici vada cercata altra terra.

martedì 8 marzo 2011

L'8 tutto l'anno.

Da stamattina, il pensiero che un post, oggi, avrebbe dovuto avere a che fare con gli uomini. Uomini. Poi ne ho pensatidue.Poi ne ho scelto uno. Un uomo che ha messo una meravigliosa immagine femminile nei libri che ha scritto e l'ha amata, difesa, celebrata. Poi apro un sito che seguo e trovo questo. Copincollo, io non ho altro da dire, sono quello che penso, sono come agisco, non farò manifesti.



l’Unità 8.3.11
«Uomini, tocca a voi. Ribellatevi a Berlusconi e alla sua orgia di Stato»
Come il marito, Josè Saramago, Pilar del Rio lancia una sfida pubblica: «Cari maschi non accettate che un Paese sia infangato da un uomo con problemi di autostima. Scendete in strada per dire basta. Saremo con voi»
di Pilar Del Rio Saramago


Un giorno, anni fa, lo scrittore portoghese – e anche italiano, perché no? – Josè Saramago lanciò una sfida pubblica: che gli uomini uscissero in strada, solo gli uomini, per dire alto e forte che loro non maltrattavano le donne, che non accettavano la vessazione come moneta di scambio nelle relazioni fra generi.
Aggiunse che se le donne sono le vittime, sono gli uomini ad avere il problema perché sono gli uomini a maltrattare. Proprio per questo gli uomini rispettosi, quelli che trattano le donne come loro stessi vorrebbero essere trattati, devono farsi sentire senza sosta per non essere confusi con gli altri: quelli che ancora non si sono resi conto né delle dimensioni del
loro crimine, né di quanto diventano sporchi nell'ignorare che le donne non sono cose e hanno pienezza di diritti: possono dire «io» senza che nessuno le uccida, le disprezzi o le segreghi. Uguali davanti alla legge, uguali nei diritti e nei doveri, tanto in casa quanto nel lavoro e nel governo comune della società.
Ebbe successo, Saramago: in varie città – Sevilla e Montevideo in testa – migliaia di uomini rispettosi ed educati uscirono per strada condannando il flagello sociale dei maltrattamenti e denunciando l’uso che della donna fanno certi mezzi di comunicazione, condannando un certo modo di sentirsi uomo, meglio sarebbe dire maschio, un modo assolutamente incompatibile con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
In quelle manifestazioni il nome di Berlusconi era presente. Non per gli scandali, né per incidenti come quelli che gli sono occorsi di recente, ma per l'indecenza del suo comportamento civile e l'assenza di etica che lui e i suoi accoliti imponevano come norma nei mezzi di comunicazione dei quali andava impadronendosi. Pubblici o privati che fossero, sempre che la distinzione sia possibile visto che tutti i canali televisivi sono concessioni pubbliche.
Quelle manifestazioni che si ripetono anno dopo anno perché anche le coscienze più dure capiscano che le donne sono compagne e non mercanzia per l'uso personale del maschio e quel messaggio di Saramago, valgono oggi per l'Italia, la Grande Italia di Verdi, che ha visto centinaia di migliaia di donne, come un’immensa bandiera bianca spiegata, in strada per dire no a un modo di governare che non rispetta né gli esseri umani, né i valori che ci hanno fatto progredire lungo i secoli allontanandoci dall’orda e facendoci diventare comunità.
Per questo, e nello spirito che abitava in Josè Saramago e che la sua nobiltà ingigantiva, mi azzardo a suggerire – ora che le donne italiane, compagne nell' anelito per un modo più pulito più giusto e più bello, si sono espresse e si esprimono ogni giorno – che siano gli uomini a uscire per strada, solo gli uomini, per dire a Berlusconi che le loro madri, figlie, spose, amiche, amanti non possono essere trattare così.
Nemmeno per scherzo. Che lo Stato non è un’orgia, che la schiavitù è finita da secoli, che le malattie fisiche e psichiche si possono curare, che un Paese non può essere infangato perché una persona ha problemi di autostima e quella mancanza di autostima la obbliga a collezionare corpi come se i corpi non fossero animati e, tanto spesso, corrotti con lusinghe e minacce.
Sì: gli uomini che non accettano la distorsione democratica come norma di governo, lo sperpero, l'arbitrio e la mancanza di rispetto verso i propri simili. Ecco, quegli uomini non potranno far altro che organizzarsi e scendere per strada per dire ora basta, come hanno fatto le donne italiane.
Quel giorno, speciale e importantissimo, in cui gli uomini scenderanno in piazza per dire di non essere e di non voler essere Berlusconi, noi donne dai lati delle strade li applaudiremo e li riempiremo di fiori. Dopo potremo incontrarci, da pari a pari, per avanzare insieme nel processo di umanizzazione che Berlusconi e i suoi frenarono con violenza, con le peggiori astuzie e i più miserabili artifici.
Uomini, compagni, amici, amanti, mariti, fratelli, padri: se non siete uguali a coloro che ripudiamo, se ci amate e ci rispettate, se partecipate ai nostri sogni di un mondo migliore, ditelo senza paura. Le donne non temono l’orco ne i suoi seguaci: sanno che tutti insieme riusciremo a fare in modo che tornino nelle caverne e tra loro, solo tra loro, liberino i loro istinti, giochino a quel che vogliono, bevano quel che gli va e ridano fino alla fine dei tempi delle loro stupide barzellette. Agli altri, a noi, questi giochi non divertono. Non apparteniamo a quella sottospecie: siamo Italia, la terra di Dante, della poesia che innamora, della musica che consola, anima i nostri corpi ed eleva i nostri spiriti. Siamo la patria dell'arte: lo diremo molto chiaro, in modo che lo capiscano anche coloro che l’abbruttimento ha reso sordi.
Vogliamo, uomini, che siate nostri simili. Vi offriremo fiori quando uscirete per strada per dire che nessuno vi paragoni a quelli che oggi comandano e disgovernano, che voi siete nel presente e nel futuro, siete i nostri compagni dell'anima, amatissimi compagni.

sabato 9 ottobre 2010

Gocce.

Le parole sono importanti e a volte mi rimangono impresse, fortissime. Ho letto giorni fa di una "farmacia di parole", e mi è rimasta questa immagine, questa impressione, perché ho continuato a pensare che le parole possono esser cura e a quante volte scrivendo si cerca di lenire, guarire, curare qualcuno o noi stessi. Ma perché le parole siano efficaci devono essere esatte, precise. Chirurgia di parole. Una volta che hai puntualizzato alcuni concetti tornare indietro, alla nebbia imprecisa, alla vaghezza, è impossibile e le parole vanno usate con cura, non vengono scambiate più. Anche le licenze poetiche rischiano di far confusione e il senso estetico va lasciato indietro. L'apparenza deve coincidere con la sostanza, per forza. Perché ti rendi conto che è quando riesci a trovare in un contesto la parola sbagliata che puoi leggere il pensiero sbagliato. E rifiutarlo, mettere lì un paletto. Alla fine, del commento di Oceano potrei dire che suona perfetto, logico, frutto di quella cultura che vuole la donna amorevole mamma e figlia devota. Effettivamente se si parte dal concepire un bisogno la copula e la riproduzione non esisterà poi differenza tra donna e canidi. O tra donna e vacca. E dunque via, diamo il premio alla mamma d'Italia. L'errore non è nello spostare l'attenzione da riproduzione a copula ma dalla concezione di partenza delle due. Stabilito che il bisogno è altro, è cioé ciò che va soddisfatto per sopravvivere, nell'uomo per quanto riguarda copula e riproduzione bisognerà usare la parola esigenza. L'uomo e la donna si scelgono al di là dei periodi di estro, grazie al cielo. Amare non è bisogno, ma esigenza, il rapporto uomo-donna che ci fa vivi non va di pari passo con la stagione degli amori, ma con tutta altra roba che non scade a fine mese. E se la cultura millenaria vuole ancora oggi la donna-->uomomancantedipene o la donna-->femminafattrice questo non dipende solo dall'esser sottomesse a quella cultura, ma dall'aver a che fare ogni momento con uomini che a tali donne si rapportano, negando loro un'identità nuova. O con donne che si riciclano in una nuova identità di stronze per uguagliarsi a quegli uomini. Quindi il lavoro è ben più faticoso e deve partire dallo scardinare il pensiero buio, vanno smontati meccanismi profondi, non basta ribellarsi alla cultura scegliendo la strada facile delcontrario, dellaliberazione dei costumi. I costumi, i panni, poco importano. E' dentro che va operato il paziente. E più è integro meglio sarà, che rivoluzionare il pensiero è roba che non si può tollerare in presenza di vuoti,mancanze, ostilità e difese. Il rigetto sarebbe automatico. Talvolta si hanno gli strumenti per riconoscere il veleno che sta in quella cultura, altre volte si sente solo una grande insofferenza e si va per tentativi, brancolando al buio, nella speranza di guarire. E di fronte alle parole va sentito da dove nasce il fastidio, la nota stonata va individuata. E tutto questo è stato non appena l'attenzione si è fermata sulla parola bisogno. E così le parole chiamano altre parole. Ma poi lascio andare le parole e cerco nelle immagini cosa c'é che della seconda parte non mi suona. L'immagine di un albero mutilato rende bene l'idea di un'identità mutilata. I rami tranciati lasciano forse cicatrici belle a vedersi sopra alla rugosità dei tronchi, ma la chioma risulterà sfrondata, mancante e squilibrata se quelle cicatrici sono troppe. Che sopra a una cicatrice di nuovo non rinasce niente, va cercata altra superficie disponibile. Ma se a forza di accettate la superficie sana rimane troppo poca quell'albero avrà ben poco di che riformare una chioma, sarà affaticato, storto e soprattutto la chioma vuota. Il vuoto in un'identità è pericoloso. La cicatrice è lì perché manca qualcosa, perché l'armonia è interrotta, a volte deturpata. Forse senza cercar troppe parole sarà che se io chiudo gli occhi e le penso, di cicatrici che fossero belle non ne ricordo una. A parte quella di quel tronco di pino che é Capitan Harlock.

mercoledì 22 settembre 2010

ABC.


A volte mi pare di dover decodificare il mondo e di dovermi formattare, ripartendo dal presupposto che la lettura della realtà richiede la conoscenza di alcuni strumenti, un ABC di partenza, almeno una dose di sensibilità. Forse ci vuole anche un pizzico di quella vastità mentale di cui parlava sempre il mio amico Fleuve, che mi chiamava aliena. La disponibilità ad accettare la possibilità di un diverso, senza la fretta di etichettare gli altri. Dare una possibilità alla fantasia. E così basisco quando leggo in giro e trovo gente ancora convinta che esista il ruolo della rovinafamiglie. La donna come strega cattiva che va a incrinare la felicità del quadretto familiare con le sue diaboliche malìe per rubar l'uomo di un'altra e spezzarle il cuore. E dunque giù ad invocare l'intelligenza, la prudenza, la solidarietà femminile e chi più ne ha più ne metta. A parte il fatto che io la solidarietà femminile non ho mai capito cosa dovrebbe essere perché punto uno: pare che le donne debbano in qualche modo allearsi per difendersi dal maschio prevaricatore e allora già con questa immagine mi vien da buttarla alle ortiche per non tirar fuori volgarità gratuite e punto due al massimo io son solidale con un'altra o più persone, non con generiche moltitudini per partito preso, religione o ideologia. A parte poi, che posso al massimo esser prudente che di voler far male a qualcuno me ne guarderei bene. Ma per far male io intendo pestare un piede, dare una martellata, tirare un pizzicotto o investirlo con la macchina. I rapporti sono una cosa tutta diversa. Non si fa un rapporto per far male a qualcuno. Forse per far del bene. Sì, ma quello che resta a piedi perché casca dal pero ci rimarrà malissimo. Parliamoci chiaro. Non esiste l'elisir d'amore che irretisce l'amato cosicché tu possa rubare il cuore che apparteneva a un'altra persona. I rapporti si fanno in due. L'ABC famoso. E è dove un rapporto è già morto che ne nasce un altro. Impossibile un parallelismo, una presenza simultanea. A meno che non si vada nell'indifferenza totale, allora si può anche averne due tre quattro o una squadra di calcio per volta, ma si sta parlando di ginnastica, di anaffettività, di egocentrismo per il quale l'altro è accessorio, non esiste in quanto persona,ci s'ha solo da sfoggiare le tacche con se stessi. Il rapporto non è lo stare insieme, l'alleanza sempre e comunque. Il supereremo tutto, noi contro il mondo. Quella è roba patologica. E' altro, son fili invisibili, è il desiderio, son sottili legami, distanze che non separano e separazioni che avvicinano. E allora mi chiedo dove stia la sorpresa straziante quando finiscono storie per l'apparizione del terzo incomodo. Mi chiedo se qualcuno di questi dal cuore sanguinante che si atteggiano a vittima inconsolabile della strega o dello stregone di turno possano veramente affermare che fino al giorno prima della scoperta nefasta ogni sera si addormentassero vicini vicini, beati e felici colmi di soddisfazione o non trascinassero stancamente una recita consunta pur di non darci un taglio. Che quando la sera ti corichi in due non è casa vianello col copione, hai con te qualcuno e lo misuri, il desiderio. Certo, è vero anche che esistono persone candide come il mio amico D****, che alla mia domanda secca Che cazzo stavate a fare insieme se da 5 anni non scopavate più? ha avuto la purezza di dirmi Pensavo: sarà un momento, passerà. Sì, certo. Appena passa per caso qualcuno che ti cava fuori da quel niente vedi come passa il momento. Ma tutto questo evidentemente non è dato, deve restare in piedi sempre e comunque la famiglia, sacra istituzione, hanno a patire i figli e devono perdersi il sogno o la speranza di rapporto e d'amore, abituati a bere quel glaciale veleno che sono i genitori che stanno insieme con astio o sopportazione. Sì, proprio vero, come è più facile credere ancora alla rovinafamiglie. Niente di più semplice che trovare un capro espiatorio pur di non aprire gli occhi. Dare la colpa a qualcuno e restar lì granitici, senza porsi una sola domanda, senza mettersi in dubbio. Come è più faticoso, fare ricerca, c'é quasi da comprendere. Anzi nemmeno comprendo, sarà che sono aliena. Certo che una nuova identità femminile si costruisce male restando ancorati a certe visioni.

venerdì 10 settembre 2010

Week end.

Mujer llorando, Picasso

Un cornetto al miele sul terrazzo soleggiato e fresco, in mezzo alle ortensie, tra i fiori della plumbago e il verde della menta. Fotografare pigramente col cellulare sfocato e tremolante i ciclamini bianchi con i bordini fuxia, tutti assiepati, timidi ma come insanguinati, le dita gentili della principessa punta dal fuso. Penso ai miei libri lasciati indietro, a discussioni di cui non trovo il centro. Separazioni, nebbie, scelte affrettate o forse soltanto eluse. I rapporti che facciamo con gli altri ci danno forma, ci danno sostanza. La realtà non corporea che siamo si avvale di tutto quanto viene fuori dai nostri rapporti. Quando quella realtà non viene presa in considerazione si ha un rapporto soltanto fisico, annullante, di soddisfazione del bisogno. L'altro è soltanto ciò che nutrirà il nostro ego, come fosse una carbonara pronta a nutrire la nostra pancia. O una latrina in cui vuotarsi le viscere. Tu mi servi, io devo piegarti al mio bisogno, devi restare nella mia sfera per darmi un'identità. Un'idealizzazione, a volte, una più sottile violenza, altre. In entrambi casi, un cattivo niente. Una persona per cui tu non sei altro che ciò che gli serve non ti vede, vede l'interesse che ha in te, vede il gioco che puoi fargli, i problemi che potrai risolvergli. Se necessario non si farà scrupolo e subdolamente si proverà a giocare sui tuoi punti deboli, perché deve in qualche modo asservirti. Se non può più farlo con il desiderio giocherà su un ricatto. Perché pensandoci per quanto mi sembri impossibile adesso, desiderare una persona che non ti vede è possibile eccome. Fa parte di un rapporto sadomasochistico in cui l'insoddisfazione è la spinta. La distruzione di una autostima, il rafforzare la capacità di fallimento. O semplicemente fa tutto parte di quel rassegnarsi a ciò che appare da sempre la normalità. Il teatrino. Il presepe da sfoggiare coi vicini. La coppia stremata che tira avanti per anni, senza più parole senza più dialogo, senza più niente da cercare insieme, solo per la logistica, le bollette, la spesa, il tran tran del quotidiano. Quel nido comodo che è la scarpa sformata. La madre che dice alla figlia Funziona così, è normale, dopo molti anni insieme non ci si desidera più, così si va a letto con altri. Guardo le nuvole passare. Io non ho figli, magari proprio perché parto dal presupposto che quando non ci si desidera più ci si saluta e si fanno rapporti nuovi. Senza il desiderio muore la vitalità. Rimane solo l'istinto di morte. Quell'istinto di chi vive senza investimento sessuale. Il filo scorre veloce, rosso, coloro che ti vedono soltanto come oggetto utile, come cibo da divorare e metabolizzare in feci, una parola tira l'altra, si dipanano immagini a nastro. Riapro gli occhi sul verde delle ortensie. O guarda te se devo ritrovarmi in terrazza a ripensare al pene illusorio! Ma quasi quasi mi fermo dal verduraio e mi compro un popone, altro che presepi. Con certe mamme un vaffanculo in più ci vuole per forza, che se non si son trovate loro non si devono per forza perdere anche le figlie. Accidenti al mors tua-vita mea.