domenica 26 febbraio 2017

Distanze.

Per la maggior parte del tempo non interagisco, mi limito spesso ad osservare e ascoltare. Se molto a mio agio, parlo. La verità è che ancora stare con gli altri ha a che fare con parti di me goffe e scollegate. Più vado avanti più questa incomunicabilità mi urta, non tanto per la cosa in sè, quanto per la consapevolezza dell'imbarazzo e delle distanze che si creano ogni volta che penso di poter agire liberamente in mezzo agli altri.

Perció per la maggior parte del tempo non interagisco. A volte oso e poi mi pento.

lunedì 6 febbraio 2017

Ai blocchi.

Ricomincia. Ricomincia da qui. Ricomincia da quella poesia di Nada, trovata in un giorno di amici e libri in quella libreria con pianoforte, ricomincia a caso. Linguaggio, parole, echi. C'è molto nuovo da quel 2009, scritto e non scritto. Ho accumulato rughe per ogni sorriso, per ogni cruccio, mi si è allargato il cuore e poi si è raggrinzito, come una noce vecchia. Ho un tetto, ombretti, stivali, calze velate. Io. Non ho accantonato niente, ho visto cose, costruito mondi, vissuto paesi che mi hanno sgretolato i fantasmi. Non ho tenuto niente. Non ho medaglie, non ho acquistato gradi. Continuo a prendere treni, a cucinare, centrifugare, scopro le gioie del lavare a mano e dell'infornare per gli altri. Ho una tessera della biblioteca e un abbonamento al licopodium. Mi guardo intorno, mi guardo dal di fuori. È un oscillare continuo tra lo scoprire il bello di questa vita solo mia mai avuta prima e il patire la sofferenza di un'incomunicabilità costante. Nessuno più riesce a vedermi davvero, perchè non sono più e non sono ancora. Nessuno più riesce a vedermi davvero, ma io vedo tutti.

domenica 5 febbraio 2017

Dal blu.

Torna fuori una frase, nella notte. Cerco con google, a sorpresa trovo che era la chiusa di questa poesia di Pedro Pietri:


Guardando fuori da uno specchio

lucido e sveglio
camminando nel sonno
attraverso cento e cento
pensieri ricorrenti
occhi volti al passato
per decidere quale
dovrà essere la mia prossima mossa
in questo rituale
del vedere nel buio
il viso di qualcuno
che hai tenuto stretto
senza mai avvicinarti
abbastanza da divenire
un’eterna estensione
di quelle labbra morbide
che ricordi così bene
ma non hai mai baciato
era strano allora
e ancor più lo è adesso
che tu comprenda
quant’è disorientante
essere una nuvola in un mondo
senza un cielo lassù

sabato 4 febbraio 2017

Fili esili.




Ho sempre a che fare con parole. Come un tredicenne un amico pasticcia con gli sms. Indugia, arranca, tutto un Ma se scrivo poi lei capisce, se invece metto così sembra che io. Sospiro. Mi annoio. È roba vecchia. Scrivi, veloce. Buttati, fava. Incontrare l'altro è questo, quante seghe, scrivi, quello che sei sei. Mi annoia questo balletto. Cosa c'è sotto? Sta scorrendo la musica? Buttati, la pista sarà presto solo lapidi e cipressi. Più con calma ci ripenso. Cosa lo blocca? Cosa rende scrivere così difficile? Le parole restano, ma urgono. Le parole possono. Sono un abito sontuoso, una pellicola che salva. Puoi stare ore a sceglierle, puoi sanguinarle sui muri irruente, schizzarle fuori dalla pelle aperta. Vomitarle tutte fino a sentirti vuoto. Sono parole, e basta. A volte le scegli solo per il suono. Dopo niente è mai come prima, ma sembra. A sceglierle bene i danni si evitano. Corruzione, infezione, tutto allontanato, tutto lasciato intatto. Il corpo no. Il corpo non nasconde. Il desiderio ne esce, si mostra, il sangue scorre, il cuore palpita. Le mani a volte avanzano, inutili le cacci in tasca. Le mandibole si slogano nello sbadiglio che ti spicca la testa, ghigliottina senza grazia. Un corpo non mente. Quello che vuole, lo dice, non ci gira intorno.
Le parole devono dire cosa urla il corpo o quello che passa per il capo? Come si fa a trovare l'equilibrio, a non usare le parole per nascondersi? Il corpo muore, il pensiero quasi mai.

L'altro giorno ho trovato un filo che ricuciva strappi, ho letto delle poesie dense, immagini crude, ossa, pelle, denti. Durezze. Roba che mi ha fatto pensare al corpo che spesso mi perdo e alle parole che taccio. Mentre leggevo scrivevo e avevo corpo e voce e parole e per un attimo ero proprio io, come sono sempre stata e da tempo non riesco a essere più. Ero intera, io. E il pensiero è stato, felice, un immagine fulminea e fugace, piccola ma pungente, profonda, una scossa che mi è rimasta in punta di dito, che stavo scrivendo, io con le mie parole, le mie chiavi e ho cancellato. Perchè subito è caduto tutto in un Non posso scrivere questo, qui, ora, a una persona che saiunasega cosa capisce. il cortocircuito ha spento tutto. Questa è rinuncia, questa è paura, questa è onnipotenza. Fo peggio del mio amico se faccio così.
Finchè ero in convento, finchè ero circondata dal gesso, le foglie d'oro, l'odore lieve di muffa e di vecchiaia, di legno secco e mura crepate vivere mi veniva più facile. A furia di cortocircuiti va a finire che a uno gli vien bene solo morire.