sabato 8 aprile 2017

Sabato, mattino presto.


È primavera e ancora io la vedo solo negli altri, nel fiorire dei giardini, nei gatti stesi al sole. Ci sono ancora strascichi d'inverno, brandelli autunnali. Ragnatele strisciano sul viso. Come esser ferma, cercando di capire dove sia l'ancora, se esista un'invisibile zavorra e come si sia formata, così a mia insaputa. Intanto guardo gli altri. Li osservo, registro, e molte volte è come guardare i pezzi andare al loro posto. Una specie di "perchè loro sì, che io no". Che uno cerca subito l'errore. Certe volte penso di non aver mai fatto una scelta, di non essermi mai impegnata, di non aver mai preso una strada del tutto. È come una mancanza, è come un fallimento, qualcosa che mi preclude ció che altri hanno trovato e che io immagino non avró mai, o più. Eppure questo è anche quello che mi ha risparmiato certe polpette avvelenate, che mi ha sfilato dalle alleanze e salvato la vita da quelle trappole mortali di cose squallide che mi han sempre fatto orrore. Mi sono risparmiata delle sofferenze? No, per nulla, ho ugualmente patito le difficoltà dei rapporti, le insicurezze, le fragilità e le paure: della solitudine, delle separazioni, della disperazione. Cose normali, di ogni rapporto. E se ci penso. Non mi sono mai impegnata? Ma chi lo dice? Il non aver preso un mutuo? Che stupidaggine. Il non essermi trasferita, non aver mollato il lavoro? Rimugino, osservo, ascolto il sabato mattina prendere il via. Trovo.
Trovo che stare in rapporto è stringere tra le dita un filo invisibile. Puoi tenerlo tra le dita comunque, magari camminare molto, andare lontano. Puoi prendere una casa e chiuderti dentro ma tenerlo comunque quel filo, farlo passare sotto la porta. Sono tutti i fili che ho stretto e ancora stringo ad avermi fatto fare tutte le scelte che ho fatto. E mi hanno tenuto mentre cadevo, mi hanno tirato via dalla cattiva strada. Sono stati l'amaca su cui riposare cercando le risposte. All'altro capo di tutti questi fili ci sono persone, presenti o assenti, o ricordi, o forse meglio immagini. Non conta chi stia all'altro capo del filo, contano quelli che io decido di stringere in mano, dall'altra parte decidano loro. A meno che il filo non sia così corto da potersi guardare negli occhi da molto molto vicino.


domenica 26 febbraio 2017

Distanze.

Per la maggior parte del tempo non interagisco, mi limito spesso ad osservare e ascoltare. Se molto a mio agio, parlo. La verità è che ancora stare con gli altri ha a che fare con parti di me goffe e scollegate. Più vado avanti più questa incomunicabilità mi urta, non tanto per la cosa in sè, quanto per la consapevolezza dell'imbarazzo e delle distanze che si creano ogni volta che penso di poter agire liberamente in mezzo agli altri.

Perció per la maggior parte del tempo non interagisco. A volte oso e poi mi pento.

lunedì 6 febbraio 2017

Ai blocchi.

Ricomincia. Ricomincia da qui. Ricomincia da quella poesia di Nada, trovata in un giorno di amici e libri in quella libreria con pianoforte, ricomincia a caso. Linguaggio, parole, echi. C'è molto nuovo da quel 2009, scritto e non scritto. Ho accumulato rughe per ogni sorriso, per ogni cruccio, mi si è allargato il cuore e poi si è raggrinzito, come una noce vecchia. Ho un tetto, ombretti, stivali, calze velate. Io. Non ho accantonato niente, ho visto cose, costruito mondi, vissuto paesi che mi hanno sgretolato i fantasmi. Non ho tenuto niente. Non ho medaglie, non ho acquistato gradi. Continuo a prendere treni, a cucinare, centrifugare, scopro le gioie del lavare a mano e dell'infornare per gli altri. Ho una tessera della biblioteca e un abbonamento al licopodium. Mi guardo intorno, mi guardo dal di fuori. È un oscillare continuo tra lo scoprire il bello di questa vita solo mia mai avuta prima e il patire la sofferenza di un'incomunicabilità costante. Nessuno più riesce a vedermi davvero, perchè non sono più e non sono ancora. Nessuno più riesce a vedermi davvero, ma io vedo tutti.

domenica 5 febbraio 2017

Dal blu.

Torna fuori una frase, nella notte. Cerco con google, a sorpresa trovo che era la chiusa di questa poesia di Pedro Pietri:


Guardando fuori da uno specchio

lucido e sveglio
camminando nel sonno
attraverso cento e cento
pensieri ricorrenti
occhi volti al passato
per decidere quale
dovrà essere la mia prossima mossa
in questo rituale
del vedere nel buio
il viso di qualcuno
che hai tenuto stretto
senza mai avvicinarti
abbastanza da divenire
un’eterna estensione
di quelle labbra morbide
che ricordi così bene
ma non hai mai baciato
era strano allora
e ancor più lo è adesso
che tu comprenda
quant’è disorientante
essere una nuvola in un mondo
senza un cielo lassù