martedì 2 agosto 2016

Estate.

Le finestre sempre aperte per far circolare l'aria. Il caldo, la tinta che si gonfia e cade dal muro, un po' di muffa dietro alle cose accatastate. Dalla piazza dei giardini arrivano ogni sera le fucilate che dovrebbero scacciare gli storni. Da quel poco che so immagino che non serva a niente ma evidentemente non hanno saputo escogitare niente di meglio.
Ho la testa svuotata, non riesco a concentrarmi su niente, passano i giorni e sto a traccheggiare. Tergiverso, procrastino, spreco. A volte mi spiace questa solitudine ma per la maggior parte del tempo non me ne accorgo neppure. Non ho più tempo. Non ho più voglia. Certe volte mi sembra di aver visto già tutto, non ho più curiosità e quello che mi circonda non riesco a capirlo. Mi sento estranea. Mi sento aliena. Prima possibile voglio rimettere la colla in bagno, dimezzeró le dosi che ricordo per non trovarmi chili e chili di materiale. E poi sarà la volta dell'argento e del rame. Non voglio pensare ad altro adesso. Niente programmi.
Sarà un agosto a caso. Qualcosa porterà di sicuro.



mercoledì 27 luglio 2016

Cucù.



La resilienza, l'adattabilità, l'ironia. La vita che vince, sempre, sull'istinto di morte.

lunedì 25 luglio 2016

Scrittori.

Qualche anno fa, andavo ancora a scuola, ho conosciuto Gianni Caverni. Forse era il 2012. Avevo il treno per l'università a mezzogiorno, e ci trovammo al bar della stazione, giusto un po' prima, per incontrarci dal vero dopo aver scambiato qualche messaggio su facebook. Gianni arrivó con la sua bici, il cestino pieno di razzumaglia e rifiuti lasciati dai passanti. Dalla tasca, tiró fuori un libro. Suo. Per me. Era in pensiero. Mi raccontó di aver appena saputo che Paolo Nori aveva avuto un brutto incidente. Io non l'avevo mai letto, Nori, perció mi spiegó di questo stile tutto suo, mi diede un titolo, Noi la farem vendetta e poi si chiacchieró un altro pochino, giusto il tempo di aspettare il treno successivo, che ormai quello di mezzogiorno avevo finito per perderlo. Il libro che mi dette lo lessi, qualche tempo dopo, e a leggermelo mi piacque molto di più che a sentirlo raccontare lì nel bar a quel tavolino di plastica della stazione di Campo di Marte. When I'm sixtyfour. E io che sono un animalino lento ma mi applico, a modo mio, con qualche anno di ritardo ci sono arrivata e un paio di mesi fa ho iniziato a seguire il blog di Paolo Nori. E poi ho preso un paio di libri in biblioteca. Il blog lo apro ogni giorno sperando ci siano aggiornamenti, a volte ripensando a quando Gianni me lo ha presentato, a quel ritrovarci un ritmo, a come sarebbe bello stare di casa lì vicino dove sta e poter frequentare la scuola elementare e andarci in Russia a guardarla con degli occhi più sapienti.
Stamattina come una scema gli ho scritto tre righe deliranti e lui dopo un pochino mi ha risposto, Buongiorno, grazie.
E io ho pensato che non ero stata educata. E che se avesse un senso mandare una mail, per far le cose bene ora bisognerebbe gliene mandassi una tutti i giorni e glielo dessi anche io, il buongiorno.
In tutto questo il Caverni bisognerebbe ne scrivesse altri, di libri.

giovedì 21 luglio 2016

Casa.

Rientro, una bella serata in un bel posto. Mentre mi tolgo le scarpe nella penombra penso che anche a me piacerebbe invitare ospiti, offrire cene, ricevere amici ma che poi nei fatti questa cosa non si concretizza mai. Perchè ancora non sono attrezzata per cucinare e sbaglio sempre le dosi. Perchè i muri si sono spellati. Perchè ci sono scatole e cose in equilibrio o imballate e finisce che ho un po' vergogna di questa casa. Di cosa ne penseranno gli altri. Continuo a ripetermi Quando avró messo a posto. E sì, c'è anche del disordine ma soprattutto devo rassegnarmi che c'è quel che in casa d'altri non ho mai visto. Perchè questa è casa mia ed è diversa, inevitabilmente. E anzi dovrei smettere di pensarla in termini di ordine e iniziare a pensarla in ordine di comodità. Perchè questa casa mi piace. È bellissimo che io abbia trovato al primo colpo un posto che mi piace così tanto e che non vorrei diverso per niente al mondo. Anche se la vernice sul muro si è staccata, anche se tutto è in una stanza sola e dal piano di sopra continua a scrosciare uno scarico degno delle Niagara Falls. La luce. La luce che entra di giorno e il fresco che si mantiene, i colori e questi archi, la finestra, il soffitto affrescato. Non ha ancora un nome. Spero di avere tempo per trovargliene uno.