giovedì 18 aprile 2013
Aprile.
Un sacco di cose non ci saranno più, altre non le faremo mai, diamoci pace. Questo è e questo andava fatto. Sono stanchissima di dover sempre far tutto da me. Di essere la metà di un non desiderio, di aspettare. Di non bastare. Guardo attorno, che tutto ha la forma del non mi spetterà più e del che cosa arriverà di nuovo. Da qui a morire qualcosa succederà, immagino.
mercoledì 10 aprile 2013
L'Elvira.
Guardo. Guardo intorno e cerco e vedo sempre più precarietà, incertezza, fragilità, fughe da fermi, assenze. Fa paura, fa paura quasi tutto e alla fine non c'è voglia. I rapporti cambiano, diventa tutto faticoso e astratto. Io guardo e mi guardo e sto ferma. Forse al sicuro, forse a marcire. Prendendo un caffé mi son trovata a guardare altrove, aspettando che il device onnipresente venisse riposto, continuamente trillante. Connessione costante, chat, messaggistica, dipendenza da sogni, forse. Speranze traslocate nel virtuale. Osservo, mi guardo e mi seziono. Come sempre. Mi vien da pensare a Vasco Pratolini, a quel libro poderoso che mi portai in campeggio e che ha le pagine ingiallite. Era Lo scialo. O forse mi confondo e invece la scena era nella storia breve di Metello. Ricordo che c'era questa dirimpettaia che dal terrazzo faceva capolino. Era davvero l'Elvira o confondo pure i nomi? Non so. So che il marito, sempre distratto, stanco di una moglie incinta o sempre uguale era finito nella tresca con la vicina e finiva tutto a schifìo, si accapigliavano, le donne, per quell'uomo da poco. E allora penso a come la rete ci confonde con i suoi monitor, laghetti di narciso dove diventa semplice passare il tempo in una comunicazione che si racconta addosso. Come cambiano i rapporti, con la rete di mezzo. E adesso con gli smartphone, che grande illusione. Si montano come il bolo quando lo giri nel barattolo passioni fatte di parole che si fagocitano. Il raggio d'azione diventa ampio. Prima si consumava sul pianerottolo, erano occhi ed era subito pelle, era subito corpo. Ormai no, si passa tutto dal tritacarne dei device. C'è in tutti, pare, un gran bisogno di scappare. E allora via, si prende un treno al volo, pronti a farsi sconvolgere la vita. Si resta appesi a un trillo. Il cellulare sempre in mano, sempre in mezzo, piccola porta per un altrove distante che si sgretola in chilometri di distanza, attese, segnetti che non sono pelle, non sono odore, non sono occhi. A furia di guardare lo schermo retroilluminato chattando con noi stessi finiamo per non vedere più il nostro vicino di casa. Che comunque, anche lui, sta chino a smessaggiarsi con qualcuno dall'altra parte del globo. L'Elvira, in biancheria, fuma sulla terrazza. Lei non ce l'ha la connessione. Si gode il sole, il verde che spunta nei vasi, l'odore del caffé che sale nella macchinetta. Fuma e guarda dentro le case in penombra il riverbero freddo dei monitor accesi.
sabato 23 marzo 2013
Densità.

"Sono così i labirinti, hanno vie, traverse e vicoli ciechi, c'è chi dice che il modo più sicuro di uscirne è di continuare a camminare e girare sempre dallo stesso lato, ma questo, come siamo obbligati a sapere, è contrario alla natura umana"
Leggo il ritratto appassionato di Saramago e ne prendo dei pezzi, li appunto, li fotografo, li copio e li incollo. A questo vorrei aggiungere la parola "sana" in fondo, a completare. Perchè "secondo il mio poco conoscere" come diceva un mio avo, quando la natura umana si ammala un po', si rattrappisce, si trova stanca, finisci che da quei labirinti non esci più, perchè non trovi più, un nuovo. Ti limiti a strisciare lungo i muri e più sono sempre i soliti più ti senti a casa, confortato da quel ripetersi sempre uguale. È un poco perdere la speranza, è limitarsi ai rapporti falliti, è un cancellare la possibilità di un domani. Da questo limbo veloce guardo tutto e guardo me e ancora non mi vedo e quel che ero non sono più, di nuovo. Stavolta, il nuovo, richiede tempo. È sempre più arduo, o almeno sembra. sarà per quella sindrome da lavandino stappato per cui non tengo santini e medagliette e tutto sfugge. Ma me lo raccontano, gli altri. Di quando ho fatto cose, ho realizzato, ho costruito. Io guardo. Parlo, ma dico sempre meno. Mi sa che non ho più voglia di render noto lo scenario. Mi accorgo che mi resta tutto il passato dentro e guardo. Ho un sacco di vecchio, e consumato, e lo lascio lì, annuso il nuovo ed è nuovo davvero. Lo sapevo che era un anno di separazioni. E invece di studiare leggo poesie, cerco parole, mi meraviglio.
Come ti si dovrebbe baciare
Quando ti bacio
non è solo la tua bocca
non è solo il tuo ombelico
non è solo il tuo grembo
che bacio
Io bacio anche le tue domande
e i tuoi desideri
bacio il tuo riflettere
i tuoi dubbi
e il tuo coraggio
il tuo amore per me
e la tua libertà da me
il tuo piede
che è giunto qui
e che di nuovo se ne va
io bacio te
così come sei
e come sarai
domani e oltre
e quando il mio tempo sarà trascorso.
Erich Fried
giovedì 14 marzo 2013
Treni persi.
Là in mezzo al mar ci stan camin che fumano. Come porti i capelli bella bionda? Nel giornale, dal bagno alla cucina giù nel secchio inuna mattina in cui hai dormito troppo parlato troppo e perso il treno. Resto lassù a guardare e sotto casa i suonatori da due si fanno tre e suonano cadenzati ritmi ripetitivi. Penso a Bruno S. e ritrovo il galeone. Penso alle navi del porto, ai telai, a un posto che sa di legno e di muffa. Vengo da un tempo antico, ma in quel tempo voglio tornare? Incollo righi per me dolorosi e che mi restano ma tanto ingollosi. Mi dondolo in disparte, mi dicono Buttati e io scuoto la testa, incespico e indietreggio. A gas a watt ad ago, ready made. Basta suicidarsi, la contadina ha preso paura, va a capo basso. Forse cerca qualcosa che ha perso non sa dove, forse quelle cinquecento catenelle d'oro oppure il mascara o il cavetto dell'iPhone. Si tratta solo di uscire a guardare il mondo come è, respirare, una questione di diaframma. Un pensiero ribelle in cor le sta, la sua patria è il mondo intero ma ha ammainato la vela, non ha tanghi di buona speranza e non ricorda naive melody che le dicano che quello deve essere il posto. Se si muove roba, inaspettatamente, subito va rimesso tutto a posto, a costo di far scempio di carta carbone e coazioni a ripetere. Cancellare, rewind, negazioni e cerini pronti per quel legno resinoso. Mancano le camminate sotto il cielo di tutti gli occhi e di ogni occhio il cielo intero del Pratomagno, giusto così, per trovare un disperato ma reale aggancio con la realtà, che i sassi della stazione sono di ruggine nera. Il mare più bello è quello che non navigammo, no? Dimmi biondina, come la va? Senza la vela la barca non va. Ricordo sul molo di Isla Holbox una donna giovane, con dei fiori finti stretti tra le mani ed un cappello calcato ad aspettare, distesa per terra, salutata dai bambini. Noi salimmo sulla barca e lei rimase lì, in piedi, seduta, distesa, parte della terra e di quella ghiaia che il vento ci frustava addosso.
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