
Picasso Mirò Dalì: giovani e arrabbiati, la nascita della modernità. Bel titolo, però preferisco l'arguzia di Jacques che ribattezza il tutto Due genii e un pagliaccio. Secondo la mia amica il pagliaccio sarebbe Joan Mirò, io capisco subito che si tratta di Salvador Dalì. C'è qualcosa di troppo studiato, di deciso, in quel che dipinge Dalì. Ci sono richiami che richiedono sempre l'impegno della razionalità. Grande provocatore, indubbiamente grande pittore, maestro. Ma giocare con gli atomi, il trompe l'oeil, i simbolismi, la serie di Fibonacci, non basta. Rimane un gioco razionale, per me. Ci vedo più mondo, equilibrio, poesia e ricerca in uno degli arcipelaghi di Mirò che in una qualsiasi tela di Dalì. La semplicità della terra, i contadini, le donne, gli uccelli. Qualcosa che risuona anche dentro a un bambino, perché un pomeriggio tra i campi a guardare le nuvole o ascoltare i cinguettii tra gli alberi lo hanno forse passato tutti, più di quanti si sian fatti le seghe coi corni di rinoceronte e i disegni esplosi e le sezioni auree. E la mia amica dice Ma Mirò mi sembra solo fuffa, quelle macchie... Che sì, saranno anche solo macchie, ma io ne ho fatte e viste tante di macchie e però tutta sta roba dentro non mi riesce di trovarcela... Il primo Mirò che ho visto dal vivo in vita mia era al Rjiskmuseum ad Amsterdam, ricordo un quadrettino minuscolo, un fondo terra di siena sporco, una palletta rossa da una parte, un filo nero finissimo e finito lì. Ricordo questo, nemmeno sicura che fosse davvero così. Una semplicità imbarazzante, che mi fece rimanere lì a guardarlo senza capire come quell'affare semplice, fatto di nulla, potesse essere arte. Mi dicevo Non è possibile questo sia un grande quadro, lo posson fare tutti. Eppure rimanevo lì a guardarlo, incantata dall'equilibrio del tutto. Era perfetto. Ci sono, nella mostra a Firenze, due quadretti, inteso come quadri di dimensioni modeste, due nature morte. Dentro ci sono una griglia, un pentolino, un mestolo, un frutto. Come inteccheriti, staccati, fermi. Poi li guardi bene da vicino e ci sono dei colori che ti erano sfuggiti e poi ti allontani e vedi una disposizione precisa, una composizione che è quella dei Mirò quando finalmente era diventato Mirò con i colori primari e i segni minimali stilizzati e prosciugati del superfluo, il suo abc inconfondibile. E le nature morte sembra di vederle trasformarsi e farsi semplici, diventare macchie di colore puro. E pensi Eccolo, il percorso. E' come un viaggio, esplorare gli arcipelaghi, passare tra i segni, giocare con gli ideogrammi e la tavolozza. Dalì ha imparato tutte le tecniche, ha saputo giocare con tutte le regole, ha creato un immaginario distinguibile e unico. Non ha espresso poesia, nel mio modo di vedere, ha solo celebrato un proprio ego smisurato. Mirò sapeva ridere, timidamente, e intanto cercava togliendo un poco ogni volta. Dalì con il suo dattero in tasca si prendeva noiosamente sul serio e pomposamente cercava di stupire aggiungendo ogni volta una cosa che potesse rivelarsi inaspettata. Di Picasso taccio, che cosa si può dire? Di fronte a Picasso ci si può solo ammutolire. La mostra è a Palazzo Strozzi ed é aperta ogni giorno fino alle 20 e il giovedì fino alle 23. All'ingresso volendo si può chiedere un kit da disegno (e io non l'ho chiesto però l'ho usato che non era giusto che l'unico pagliaccio fosse Dalì) oppure una valigia con le attività per tutta la famiglia e ci sono poi tre o quattro punti in cui si può interagire e partecipare all'esposizione della propria opera e del proprio pensiero. Tristemente c'erano più adolescenti assiepati di fronte ai post-it lasciati dal pubblico che a guardare i taccuini di Picasso, ma forse andare in un posto a vedere cosa hanno fatto gli altri troppo tempo fa non è poi così stimolante. E si deve per forza lasciare un proprio segno, l'annullarsi di fronte alle opere e avere il capogiro di Stendhal non è più di moda, prevale l'esser parte e protagonista. Poi in una saletta cinque signore con i capelli bianchi sono sedute e cianciano, scambiandosi le matite come sui banchi di scuola e ognuna sta disegnando la propria casa ideale e ridono. E mi ci vorrei sedere pure io con loro. E allora forse sbaglio, che libertà è partecipazione, davvero. Nel biglietto è inclusa anche la mostra dei talenti emergenti alla Strozzina, ma mentre la prima volta vidi cose interessanti stavolta ne siamo usciti basiti e frastornati soltanto dai rumori.