My son my son, what have ye done? W. Herzog 2009
Con tutto quel che ne avranno scritto in rete nemmeno mi ci metto a parlare di questa chicca. Ci ho trovato talmente tanta e tanta roba che ripeterei sicuramente il detto e ridetto. Una cosa, in particolare, secondo me è geniale. Per tutto il tempo, l'eccesso e l'alienazione del protagonista lasciano sbigottiti e non fai che ripetere guardando i coprotagonisti Vattene, mollalo, ma cosa aspetti? e invece tutti restano, o quasi. Perché non scappano, non lo allontanano, non se ne vanno via? E' un uomo parecchio strano e in certi momenti il suo contatto con la realtà sembra irrimediabilmente perduto. Farnetica. Delira. Eppure restano. Esistono rapporti che fondano le basi su un pensiero malato. E i rapporti uomo donna e madre figlio del film ricalcano schemi precisi, la mamma pazza rimasta sola nel ruolo di vittima, abbandonata, perpetua l'inferno da dietro a un vetro di lacrime pronte a schizzar fuori. Il figlio, immobilizzato, trangugia l'odiata gelatina e abbozza. Tira dentro a un patetico teatrino anche la sua ragazza, che suo malgrado sopporta, timidamente prova a scuoterlo. Ma lui non ce la fa, lui ingoia e abbozza. Fino a impazzire, fino a scoppiare. E brandisce spade, fa cose strane, discorsi assurdi, ma nessuno scappa in tempo, prima che la tragedia si compia. Perché? Perché esiste ancora e sempre la speranza che un pensiero malato guarisca e non si pensa mai che il pensiero malato andrà così oltre fino a generare azioni malate? O le due vittime rimangono proprio per far sì che il "destino" si compia? Rimangono in questa alleanza patologica perché si porti in fondo il copione e il fato assicuri una solida identità per tutti gli anni a venire anche a chi l'identità non ce l'aveva? E' l'eterno dubbio, forse scioglierlo con una sentenza è impossibile senza cadere in un delirio d'onnipotenza.
