venerdì 30 gennaio 2009

Lo scialo vivo.

Quando mi portarono per la prima volta al convento rimasi stranita da quella bottega enorme che tradiva i tempi in cui era produttiva e affollata. Tutto si era accatastato nei decenni, la polvere su ogni cosa era spessa, gli angoli erano stati via via resi inutilizzabili dal ciarpame, dal "potrebbe servire". Il vecchio M****** era rimasto solo a portare avanti la baracca e in quel suo regno accumulava il suo tesoro di tempi andati. Figlio del dopoguerra aveva risparmiato e si era ingegnato per una sopravvivenza autarchica e micragnosa e come una formica era rimasto attaccato al metter da parte anche quando ormai le cose avevan perso il loro valore. Nel mettitutto un po' sgangherato i casetti eran pieni di elastici. Matasse di pezzetti di spago usati e riusati. Ricordo un pacco di fogli e foglietti che eran serviti ad avvertire i clienti che lui era fuori e sarebbe tornato alle quattro, alle sei, alle undici e mezza, sono dal tornitore, torno subito, sono dal falegname, torno tra mezz'ora... Un campionario infinito di frasi messe da parte, vergate con la calligrafia elegante di chi ha riempito di aste le pagine del quaderno intingendo il pennino nell'inchiostro. E poi specchi scheggiati, vetri polverosi e finissimi, fragili e graffiati appoggiati da parte e poi ovunque legno, scatole, coperchi, pezzi di trittici, di mobili, vassoi, una maniacale catasta. In una scatola trovammo una pelle di pesce smeriglio, arrotolata stretta dal tempo e inteccherita e io mai me lo sarei immaginato che prima della carta a vetro si usasse quello per raschiare il gesso. E poi il bolo in sassi da macinare invece che in pasta pronta, colle preistoriche e soprattutto, in pezzi sparsi di ricambio, una fiat 850. I fanali, il motore, le gomme, i sedili. Solo la carrozzeria era rimasta nella via sotto. Tutto messo da parte, tutto conservato. Perché è così che funziona l'artigiano. L'intagliatore raddrizzava i chiodi storti. Il M****** si faceva i pennelli da solo. E' importante risparmiare, per l'artigiano chiuso nella sua bottega a farsi la gobba sul suo lavoro, perché solo su quello si spunta un guadagnino. E in quelle mura scritte e macchiate mi sono intrisa di ciò che già mi apparteneva, io incline all'immobilità per insicurezza e per pigrizia e ho iniziato pure io ad accumulare, a metter da parte. Ho visto le botteghe traslocare e poi cambiare spazio di nuovo e sopravvivere identiche, con le stesse cianfrusaglie in nuove mura intonacate di fresco.
La nuova cella era a tal punto stipata che non sapevo cosa poter fare. Ho fatto spazio e mi sono liberata di tutto quello che "potrebbe tornar comodo" facendo una scelta seria. Oggi ho preso una delle vecchie mezzelune abbandonate e ci ho messo le mani, sfregiando quel feticcio sacro del conservare. Perché non c'é bisogno di conservare niente. Quello che c'é, c'é. E prende forma solo se lo si fa muovere. Conservare ruba spazio, sfinisce nel vecchiume e nel terrore di perder quel micragnoso risparmio. Non si può risparmiare la fantasia se si vuole creare, non si può star fermi. Ed è il creare che genera energie. Perché mette in circolo quello che c'é.

2 commenti:

  1. Sante Parole,
    Santo Gregorio!

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  2. "Non si può risparmiare la fantasia se si vuole creare, non si può star fermi. Ed è il creare che genera energie. Perché mette in circolo quello che c'é."

    Perle, queste son perle!

    L'esoso.

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